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Lodigiano promosso dai turisti Soprattutto per il cibo

di Laura De Benedetti

Lodi, 1 maggio 2012 — Il Lodigiano meta di turisti in cerca di beni culturali, ma anche per business e sport. È il ritratto che emerge da un’indagine promossa da Isnart (Istituto nazionale ricerche turistiche) e Unioncamere e resa nota dalla Camera di Commercio. Analizzando le motivazioni del soggiorno, infatti, risulta che i turisti affluiscono nel Lodigiano innanzitutto per ricchezza del patrimonio artistico (21%); motivi di lavoro (19,2%); vedere un posto mai visto (15,7%); prezzi convenienti (12,3%); praticare uno sport (11,9%); riposarsi (9,9%); decisione altrui (9%); shopping (7,1%); vicinanza (6,3%).

Il 'giudizio medio' è lusinghiero: su un punteggio massimo di 10 la qualità di mangiare e bere ottiene l’8,3, la cortesia l’8,1, l’accoglienza l’8,0, la pulizia degli alloggi l’8,1 (tutti in linea con la media lombarda). I consensi calano un po’ in materia di offerta culturale (7,7), costo dell’alloggio (7,5) e della ristorazione (7,5), organizzazione (7,4), intrattenimento (7,5), traffico (7,3). «Il nostro turismo — commenta il presidente della Camera di Commercio di Lodi, Alessandro Zucchetti — ha punti di eccellenza ma anche aspetti che si prestano a un ulteriore miglioramento. Per questo dedichiamo attenzione all’avanzamento della struttura turistica e alla sua specializzazione produttiva».

«L’indagine dimostra come il Lodigiano si giochi un ruolo di primissimo piano nel panorama dell’offerta turistica della Lombardia — sottolinea l’assessore provinciale Mariano Peviani —. In alcuni settori, come la ricchezza del patrimonio artistico, smentendo chi riteneva che non potessimo competere con altre realtà, ne rappresenta addirittura l’eccellenza: viene riconosciuto il funzionamento del sistema turistico nel suo complesso. Certo, dobbiamo offrire una offerta coordinata o pacchetti tematici. Noi continuiamo a investire come dimostrano i progetti “Lodigiano per Expo”, finanziato dalla Regione, e “Expo e oltre” sottoposto all’attenzione della Fondazione Cariplo. O la stessa Rassegna Gastronomica».

Sulle visite legate allo sport, spiega Peviani, «non abbiamo dati scorporati ma riteniamo che un ruolo di primo piano lo ricopra la rete di piste ciclabili in fase di potenziamento. Altre opportunità sono legate alla presenza di maneggi». Sui parametri più bassi, assicura l’assessore, «siamo ben al di sopra della semplice sufficienza. Con gli altri enti lavoreremo ancora sull’offerta culturale, già intensificata e diversificata, con gli operatori cercheremo di intervenire, dove possibile, sui prezzi, che rimangono comunque concorrenziali».

ilgiorno.it

In Val Seriana l'industria che fu

Chi vuol trovare la culla dell’industria lombarda venga in Val Seriana. Cinquanta chilometri che alle spalle di Bergamo si allungano prima tra morbidi fianchi e pianori quindi in un ambiente sempre più alpino fin dentro il cuore delle Orobie. Accessibilità perfetta e ampi spazi, un fiume, il Serio, ideale per fornire energia, una rete di valli minori ben caratterizzate, monti dal ventre ricco di risorse: piombo, mercurio ma anche marmo e lignite. Se ne accorsero già i Romani, che in Val del Riso, una valle ausiliaria, scavarono miniere di zinco. Rilanciate dalla Repubblica veneziana a fine Quattrocento, raggiunsero l’acme produttivo ai primi del Novecento, quando si estraevano tonnellate di blenda e calamina. Tra il 1980 e il 1982 il crollo dopo una lunga agonia.

Oggi il dedalo di cunicoli è in parte visitabile grazie all’ecomuseo di Gorno, che tiene viva la memoria di una civiltà millenaria. La storia di ascese, glorie durature e cadute si ripete molte volte nel sistema di valli che ruotano attorno al Serio. La Val Gandino ha rivestito per secoli gli eserciti europei con il suo panno grosso bergamasco, un tessuto apprezzato per la robustezza e la tenuta termica. Da Leffe, il centro di maggior produzione (e dove oggi è allestito un museo del tessile), dal Medioevo e soprattutto attorno al XVII secolo i mercanti varcavano il passo del Tonale verso il Nord carichi delle pezze lavorate nelle ciodére. Ma i panni della Val Gandino presero anche la via del Sud. Venne infatti a rifornirsi alla tintoria di Prat Serval per i suoi pannilana tinti del tipico "scarlatto" Garibaldi in procinto di partire con i suoi Mille. Paradossi della storia, visto che la Val Seriana è una roccaforte della Lega Nord: qui il partito del Senatur corre da solo arrivando a percentuali tra il 40 e il 60%.

I piccoli opifici nel tempo hanno chiuso. Ma chi ha saputo adattarsi ai cambiamenti si è trasformato in realtà multinazionali. Come RadiciGroup: fondata nel 1941 da Pietro che vendeva le sue coperte con il calesse, negli anni 50 ha diversificato nella produzione di tessuti, moquette, tappetini per automobili e negli anni 80 ha investito nella chimica. Oggi ha 30 aziende in tutto il mondo. L’epoca d’oro arriva a metà Ottocento quando la Val Seriana vive una vera e propria rivoluzione industriale. Innestandosi sulla tradizione artigianale secolare arrivano in massa investitori stranieri, soprattutto svizzeri: con Zopfi a Ranica, Widmer-Walty a Cene, Blumer a Nembro, Spoerry e Honegger ad Albino l’intera valle tocca livelli d’eccellenza nel tessile. Ma lana e cotone non hanno il monopolio. Nascono le industrie della carta: Paolo Pigna fonda la sua cartiera ad Alzano (dove ha tutt’ora sede, anche se è in corso una ristrutturazione aziendale e una riqualificazione del complesso), seguono quelle di Pesenti a Nembro e le cartiere Olivati. Nel 1864 a Scanzo nasce la Società Bergamasca per la Fabbricazione del Cemento e della Calce Idraulica: la progenitrice dell’Italcementi. In molti casi si tratta di una classe imprenditoriale illuminata, che contribuisce in modo significativo al miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti. Sintomo, ed effetto collaterale, ne è l’esplosione demografica della valle che si trasforma in maniera inesorabile e definitiva.

Il passato industriale è visibile ovunque. La Val Seriana è un immenso giacimento di archeologia industriale. Con i suoi camini alti 40 metri e la selva di androni, camere e corridoi, il cementificio Pesenti di Alzano Lombardo è una impressionante cattedrale del lavoro in rovina. Con i suoi 25 mila metri quadrati è stato a lungo il più grande d’Europa. Il cotonificio Honegger-Spoerry di Albino è uno dei più belli della valle e dei meglio conservati. Ed è, inoltre, uno dei pochi visitabili. Nei suoi spazi, costruiti tra il 1876 e il 1950, si arrivarono a contare 42 mila fusi e 1086 telai per la tessitura meccanica.

Di grande interesse le case operaie, situate su un piccolo rilievo, edifici plurifamiliari a due piani, decorati con balconi in legno e circondati da piccoli orti. A Cene il Cotonificio Val Seriana, fondato nel 1874 ed esteso per 60 mila metri quadrati, triplicò gli abitanti. Un patrimonio dalla sorte problematica. Poche le strutture attive e per molte lo stato di degrado è avanzato. La riconversione è complessa. In vista dell’Expo la Provincia di Bergamo nel settembre scorso ha firmato un protocollo per avviare il recupero del cementificio di Alzano: 30 milioni di euro il costo previsto. Sempre ad Alzano la trasformazione dell’opificio Italcementi ha dato vita ad Alt, spazio per l’arte contemproranea. La crisi certo non aiuta: sono oltre 4000 i lavoratori della Val Seriana in cassa integrazione, di cui il 70% nei settori del tessile, della ceramica e della carta. Non c’è quasi famiglia in valle che non abbia lavorato al Cotonificio Honegger di Albino.

A inizio 2008 i dipendenti erano circa 450, scesi a 390 a ottobre, quando l’azienda dichiarò altri 240 esuberi. Comune e Regione siglarono un accordo di programma per guidare una parziale riconversione dell’area in centro commerciale a opera del gruppo Lombardini, che avrebbe riassorbito 150 persone. È stato ratificato solo a giugno 2011, quando da sei mesi nel cotonificio vige la cassa integrazione a rotazione, prolungata a inizio di quest’anno fino ad agosto. Ma ai primi di febbraio l’annuncio da parte di Lombardini dell’abbandono del progetto. Epilogo? Eppure la Val Seriana ci ha abituato a finali aperti. La meccanica di precisione sembra essere la nuova frontiera. Si riparte dal piccolo e dalla ricerca. D’altronde, qui, la tradizione da secoli è innovare.

Alessandro Beltrami  - avvenire

Anche il non profit si mette in viaggio

Le esigenze di chi viaggia per ragioni umanitarie sono profondamente diverse da quelle dei viaggiatori normali. Si pensi ai volontari di una Ong chiamati a raggiungere senza preavviso destinazioni lontane, spesso molto al di fuori dei circuiti del turismo di massa. Oppure ai religiosi che visitano con frequenza missioni situate magari dall’altra parte del mondo. Hanno peculiari problemi logistici da risolvere, legati anche alla particolarità dei carichi da trasportare, e per contro possibilità di spesa di solito limitate. Riuscire a soddisfare questa tipologia di viaggiatori significa disporre di qualificate competenze e di servizi ad hoc, oltre che delle capacità relazionali necessarie in situazioni di emergenza.

Per questo Cisalpina Tours, agenzia leader in Italia nei viaggi d’affari (650 persone impiegate, 1 milione e mezzo di viaggiatori seguiti ogni anno), ha sviluppato la divisione Vaam. Strutturata a inizio anno, pienamente operativa da marzo, Vaam è stata creata per assistere al meglio missionari, volontari e associazioni non profit in generale, parrocchie, famiglie che affrontano una trasferta per un’adozione internazionale («Vaam» sta appunto per volontari, adozioni, associazioni e missionari). «Una decisione – dice Rosemarie Caglia, responsabile marketing in Cisalpina Tours – che rientra nella politica di responsabilità sociale dell’azienda».
Vaam, a cui sarà riservata una sezione anche sul nuovo sito web che verrà attivato a breve (www.cisalpinatours.it), è totalmente dedicata a questo segmento di clientela, per il quale sono stati studiati una serie di servizi specifici: innanzitutto tariffe preferenziali, poi speciali condizioni assicurative e sanitarie, franchigia per bagagli supplementari, servizi per i visti (molti sono viaggi intercontinentali), cambi data gratuiti, assistenza continuativa anche in situazioni estreme. Il team Vaam è composto da una decina di persone, ma se ne aggiungeranno presto altre che si stanno formando.

Fra i clienti figurano già il Monastero di Val Serena, la Piccola casa della Divina provvidenza di Torino, le Suore di San Giuseppe, l’Arcidiocesi di Agrigento per la sua Missione Ismani in Tanzania, la Ong Cisv. Ma qualunque parroco o associazione, o una famiglia, che deve organizzare un viaggio per motivi di volontariato o umanitari, può rivolgersi a Vaam: «Affinché possano usufruire delle nostre tariffe preferenziali – spiega la responsabile del team Vaam, Silvia Giuliano – chiediamo loro, anche per ragioni di serietà, una lettera che attesti che il viaggio si effettua per motivi di volontariato o missionariato». Un posto speciale è poi riservato alle associazioni per le adozioni internazionali, come Amici delle missioni indiane, Nova o Enzo B Onlus, con cui già ci sono rapporti: «Per noi sono importantissime – prosegue Giuliano – e le seguiamo con particolare passione, perché le famiglie che arrivano da noi sono all’ultimo passo verso il coronamento del sogno di una vita».

Andrea Di Turi - avvenire.it

MOSTRA A ILLEGIO: La salvezza dell’arte riparte dai bambini

Illegio, questo piccolo borgo di montagna, non ha più di trecen­to anime ed i bambini si contano sulle dita di due mani. È l’icona della denatalità nelle terre alte. Ma anche della voglia di reagire. Lo testimonia una volta di più il tema della mostra internazionale d’arte di quest’anno, I bambini e il cielo, che viene inaugu­rata oggi dal cardinale Antonio Cani­zares Llovera, prefetto della Congre­gazione per il culto divino, e che ri­marrà aperta fino al 30 settembre. Mostra che sarà visitata, in maggio, anche dal presidente della Repubbli­ca, Giorgio Napolitano, accompa­gnato da centinaia di bambini della Carnia. «Se prendiamo i bambini sul serio, ci possiamo ancora salvare. Nella società e nella Chiesa» sospira mons. Angelo Zanello, arcipre­te di Tolmezzo e presidente del Comitato di San Floriano. In que­sta minuscola comunità, che non vuole essere desertificata, dalla prima mo­stra del 2000 so­no passate più di 200 mila persone, provenienti da o­gni parte d’Italia e d’Europa. «Così tante – spiega ancora Zanello – per­ché hanno potuto sperimentare un ritorno al principio dell’umanità da vivere, raggiungendo la mostra attra­verso un ambiente, un paese, un contesto risanante, perché libero dalle nevrosi e dai frastuoni che ci assediano». Ben 80 i capolavori che si potranno ammirare: dal I secolo a.C. fino al Novecento, selezionati dalle sedi museali più prestigiose d’Europa, come i Musei Vaticani, gli Uffizi di Firenze, la Galleria Borghese di Roma, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Museo Thyssen Borne- misza di Madrid, il KunstHistori­sches Museum di Vienna, e da colle­zioni private, tra l’Europa e New York.

La mostra dipana il suo raccon­to tra alcune iconografie familiari e altre rarissime, attraverso gioielli di altissima qualità come il San Cri­stoforo di Lucas Cranach il Vecchio, La preghiera di Abramo e Isacco di David Teniers il Giovane, La Natività dell’atelier di Hans Memling, la Ma­donna del Pollice di Giovanni Bellini, il grandioso Venere e Mercurio pre­sentano Cupido a Giove del Veronese. Diversi gli inediti presenti in mostra, specialmente nelle sezioni dedicate alla scultura tra il Duecento e il Quattrocento italiano. «La Mostra è dedicata ai bambini che la Sacra Scrittura ricorda tra i protagonisti della storia della salvezza – spiega don Alessio Geretti, delegato episco­pale per la Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Udine e cura­tore scientifico dell’esposizione –, indicando l’in­fanzia come la condizione spi­rituale di massi­ma autenticità in cui l’uomo può trovarsi». Ed ecco le diverse sezioni della ras­segna: dalla mitologia all’Antico Te­stamento, dall’infanzia di Gesù nel Nuovo Testamento fino all’iconogra­fia di Gesù e San Giovanni Battista, quale modello sacro e profano per l’arte del Rinascimento italiano. Infi­ne, un cenno sul passaggio dall’in­fanzia sacra di soggetto biblico alla sacralità dell’infanzia di soggetto so­ciale, dall’Ottocento in avanti, con i temi dei bambini sfruttati o della no­stalgia di un’innocenza che abbiamo perduto. L’infanzia, che a Illegio di­venta anche un criterio per leggere la storia dell’arte dell’Occidente, è «provocazione e simbolo», sottolinea don Geretti. Provocazione, perché «i bambini hanno un’ostinazione gra­devole e impertinente a riguardo delle domande cruciali dell’esistenza umana»; un simbolo perché «ci vive dentro e accanto». L’infanzia, cioè, come «simbolo di una condizione pura dell’esistenza, del mattino del­l’innocenza terrena e della meravi­glia ». Ma con quale spirito visitare questa rassegna? Secondo la studio­sa Sara Tarissi De Jacobis, sarebbe un errore cercare il ritratto del bambino nell’arte. «Quello che vi si trova è piuttosto un sistema complesso di relazioni, di cui fa parte anche il bambino, e che po­tremmo chiamare famiglia. La famiglia è un organismo so­ciale che ha cambia- to nei secoli le sue strutture interne e l’ha fatto per osmosi con le trasfor­mazioni culturali e religiose esterne. L’educazione ha contribuito a dise­gnare i confini di questo organismo e la rappresentazione dei bambini è stata caricata di una forte valenza simbolica».

La Chiesa, infatti, ha compreso per prima il potere delle immagini e ha affidato loro il ruolo di spiegare e diffondere i dogmi cristiani. «Ma o­gni buon educatore sa che per otte­nere risultati migliori occorre coin­volgere emotivamente l’allievo, por­tare l’ostacolo alla sua altezza, e così nella pittura hanno fatto il loro in­gresso la realtà e la natura: il raccon­to ha presto soppiantato l’icona. Co­sì il simbolo si è incarnato in un per­sonaggio vivo, reale al­meno nella finzione artistica. Così è tocca­to anche all’immagine del bambino, che è di­ventato figlio nostro. Ricostruire di volta in volta la fitta rete di re­lazioni culturali e so­ciali in cui l’immagine del bambino si inseri­sce, all’interno di ogni singola opera d’arte, prima di tutto attra­verso la sua forma, è compito di uno stori­co ». Apprezzare, dun­que, l’effetto che que­sto processo ha im­presso alla forma at­traverso la mano dell’artista «è compito del critico». «All’osser­vatore moderno non resta che godere ­conclude Tarissi De Jacobis - , dal proprio personale punto di vi­sta, del percorso che la collaborazione di queste scienze è in grado di ricostruire».

Francesco Dal Mas - avvenire.it