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L'altra America, la terra dei Nativi

ARIZONA/NUOVO MESSICO – ‘Ya’át’ééh kwé’é’ Dinétah’, benvenuti nella terra dei Nevajo. Il benvenuto e’ per un territorio che si estende tra l’Arizona, il Nuovo Messico e lo Utah con lo spettacolo di bellezze naturali come il Grand Canyon e la Monument Valley. E’ l’altra faccia degli Stati Uniti, quella degli indiani d’America, scandita dai ritmi della natura e da riti ancestrali.
Quella fatta dell’amore per la propria terra e dove ogni cerimonia e’ una celebrazione di ciò che la natura ha dato. Un posto dove l’uomo ancora non e’ riuscito a mettere mano, dove non c’e’ la corsa a costruire grattacieli ma c’e’ solo spazio per incredibili formazioni geologiche naturali opera del vento e dell’acqua. Un lavoro durato milioni di anni e che oggi regala solo posto per la meraviglia dei visitatori.
Oltre al Grand Canyon, un’immensa gola creata dal fiume Colorado in Arizona, sempre in territorio Navajo occorre andare alla scoperta di un’altra formazione naturale, Canyon de Chelly, a Chinle, uno dei monumenti nazionali piu’ visitati negli Stati Uniti.
La roccia, color rosa, da’ l’idea di morbidi strati di crema posati delicatamente uno sull’altro. Il Canyon e’ importante anche a livello storico per la presenza di rovine di tribù indigene, tra cui la ‘Casa Bianca’, un insediamento realizzato dagli Anasazi nell’era Pueblo e che deve il nome al fatto che le mura esterne sono dipinte di bianco.
E’ terra dei Navajo anche un’icona del West, ossia la Monument Valley, unica per le sue guglie rocciose disseminate lungo la sua superficie ed e’ qui che si può dormire in un hogan, costruzione tipica della tribù indigena a forma di cupola con l’ingresso posto verso est dove sorge il sole e alzandosi all’alba si possono ammirare albe spettacolari. Dall’Arizona ad Acoma in Nuovo Messico sulle tracce dei Pueblo, una tribù composta da 21 gruppi. Acoma e’ detta anche ‘Sky City’ perché sorge a circa 2000 m di altitudine nonche’ sulla cima di una mesa (superficie rocciosa sopraelevata con la cima piatta) di arenaria (granuli di sabbia). Anche qui il paesaggio lascia solo spazio allo stupore per i diversi strati di colore delle rocce, dal rosa, al gallino, al beige, al porpora.
Il Nuovo Messico e’ anche lo stato con capitale Santa Fe, citta’ unica per il suo stile architettonico spagnoleggiante con le case basse costruite con i mattoni ‘adobe’, fatti di terra e paglia essiccati al sole. Non lontano da Santa Fe c’e’ un altro ‘avamposto’ Pueblo, quello dei Taos con l’omonimo sito storico designato patrimonio dell’Unesco. I Pueblo di Taos vivono qui da oltre mille anni ben oltre prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo quindi. Il sito di Taos e’ un paesaggio surreale. Anche qui, come a Santa Fe, la abitazioni sono in adobe, resistono li ancora oggi come appunto mille anni fa e il tempo sembra essersi fermato con la popolazione che ha deciso di vivere senza acqua corrente ed elettricità.
‘Ahèhee’ dòò, Nizhoniigoo nanínaadoo’ (grazie e che tu possa continuare il tuo bel viaggio) e’ l’augurio che si ricevera’ da un nativo d’America alla fine di un cammino sulle tracce della natura.
ansa

Facebook e Instagram, i consigli per condividere in sicurezza in vacanza. Piccola guida per evitare noie in ferie, da password a wifi

 L'estate è decisamente un periodo caldo per Facebook e Instagram e i due colossi, oltre a una serie di consigli per sperimentare tutte le nuove funzioni, forniscono una piccola guida per aumentare la sicurezza durante le condivisioni di foto e video in vacanza.
    PRIMA DI TUTTO IL WIFI - Facebook la nuova funzione Find Wi-Fi per iOS e Android che aiuta a localizzare gli hotspot wi-fi disponibili nelle vicinanze utile, specie in quelle località in cui la connessione è più debole.
    LA PASSWORD SIA SICURA - Anche lontano da casa, la sicurezza è importante: sia per Facebook che per Instagram è importante scegliere una password sicura e difficile da indovinare, in modo da evitare che qualcun altro possa accedere al tuo profilo.
    AUTENTICAZIONE A DUE FATTORI - Tra le misure previste da Instagram per garantire la sicurezza, c'è l'autenticazione a due fattori, per rendere più difficile l'accesso al proprio profilo da parte di persone indesiderate grazie a un codice a 6 cifre richiesto ogni volta che si fa log-in da un nuovo dispositivo.
    CODICE DI SICUREZZA - Anche su Facebook si può rendere il profilo a prova di intrusi, impostando un codice di sicurezza che si riceverà direttamente sul cellulare nel momento in cui si accede all'account da un device sconosciuto.
    FILTRO AI COMMENTI - Per non preoccuparsi di commenti indesiderati su Instagram mentre si è in viaggio, si può impostare un filtro ai commenti che contengono una lista personalizzabile di parole, frasi, hashtag ed emoji. E se ci sono dei momenti in cui si desidera che nessuno commenti, si possono disattivare su qualsiasi post.
    IMPOSTAZIONI DI PRIVACY - E' importante controllare cosa gli estranei possono visualizzare sul proprio profilo Facebook e chi può cercarci sulla piattaforma, grazie alle impostazioni sulla privacy. Per aumentare la privacy su Instagram si può scegliere di avere un profilo privato, approvando i nuovi follower.
    PENSARE ALLE INFO DA CONDIVIDERE - Su Instagram, anche se i post sono privati, il profilo è pubblico, e tutti possono vedere l'immagine iniziale, il nome utente e la biografia. Dal momento che si possono aggiungere fino a 10 righe di testo su di sé, è utile pensare bene al tipo di informazioni che si vogliono condividere in questa sezione.
    CONTROLLA I CONTENUTI - Se non ci si piace nelle foto in cui gli amici ci taggano, Facebook dà la possibilità di controllare i contenuti prima che questi compaiano sul profilo, tramite la sezione Privacy delle impostazioni. Allo stesso modo, su Instagram e su Facebook, se in una foto che si sta pubblicando è presente un'altra persona, ci si deve assicurare che non abbia problemi se viene condivisa o taggata.
    GEOLOCALIZZATI SEMPRE? - Sia su Instagram che su Facebook si possono geolocalizzare i post: la tentazione è tanta, specialmente quando ci si trova in luoghi da sogno, ma, per ogni contenuto condiviso, è determinante pensare se davvero si vuole che gli altri sappiano dove è stato scattato.
ansa

'Non solo museo', itinerari per Venezia

VENEZIA - Una visita a Palazzo Mocenigo per immergersi nelle fragranze e nei colori della Venezia del Settecento; un viaggio nel tempo nella Venezia della Belle Époque; una passeggiata da Campo Santo Stefano al Museo Correr che riporta al periodo dell'occupazione francese e austriaca; un tour dalla Casa di Carlo Goldoni alla scoperta della Venezia dei teatri. Sono solo alcune delle proposte di "Non solo museo", l'iniziativa attraverso otto itinerari tematici promossa dal Comune di Venezia, dalla Fondazione Musei Civici di Venezia e dalle Guide ufficiali abilitate della Città di Venezia. Per l'assessore Paola Mar, "grazie a 'Non solo Museo', frutto del lavoro di rete tra Comune di Venezia, Fondazione Musei civici veneziani e associazioni delle guide turistiche abilitate, sarà possibile offrire ai visitatori, ma anche ai residenti, proposte culturali di qualità e nello stesso tempo indirizzare gli ospiti alla scoperta degli angoli più nascosti, ma non per questo meno degni di visita, di Venezia".
ansa

Lady Diana icona mondiale, mostra alla Venaria a 20 anni dalla morte. Fino al 28 gennaio 100 immagini la raccontano

(di Barbara Beccaria) A vent'anni della sua scomparsa, Lady Diana rivive in una mostra fotografica alla Reggia di Venaria, 'Lady Diana. Uno spirito libero', un percorso intimo, composto di oltre 100 immagini in grado di raccontare la vita della principessa Spencer attraverso un'infinità di sfumature. La mostra, allestita nelle Sale dei Paggi, una zona della Reggia mai usata prima per un'esposizione, resta aperta fino al 28 gennaio. La 'principessa del popolo', come venne chiamata dai media non solo inglesi, morì il 31 agosto 1997 in un tragico incidente, lasciando l'opinione pubblica sgomenta. Da allora è diventata un simbolo di forza e di fragilità dell'Inghilterra contemporanea, un esempio che viene raccontato anche a chi all'epoca era troppo piccolo. 
Ideata da Kornice e curata da Giulia Zandonaldi, giovane scrittrice, critica letteraria e storica dell'arte, vuole renderle omaggio partendo dalla fine, dal ricordo della sua morte. Seguono i momenti cruciali della sua vita, dalla sua infanzia, immortalata in bianco e nero con la sua famiglia, all'adolescenza, fino al suo diventare giovane donna e presto fidanzata e poi moglie del principe Carlo. Tutti momenti seguiti da migliaia di persone alla televisione. Una sorta di favola che si avvera, i cui dettagli, un vestito, un cappello tirato via dal vento, una mossa diversa, uno sguardo più felice del solito, un ballo, diventano momenti di tutti. Come raccontano, in un crescendo emotivo, le foto in mostra. Il tutto condito dall'intramontabile stile 'british' che Lady D mantenne per sempre, pur avendo uno spirito ribelle 'libero', come recita il titolo della mostra.
Il visitatore si immerge così nell'atmosfera d'etichetta in cui visse la principessa, non senza patemi, ma coglie anche i suoi momenti più spontanei, di madre che accompagnava i suoi bambini a scuola e che organizzava le sue apparizioni pubbliche in base alle esigenze dei piccoli, di donna generosa e altruista che ha sempre cercato di aiutare gli altri lasciandosi ispirare da guide spirituali come Nelson Mandela e Madre Teresa di Calcutta. Diana era un'icona mondiale: ricopriva le pagine delle riviste, da Vogue a Vanity Fair, da Time ad Harper's Bazaar, oltre alle prime pagine dei giornali. Grandi stilisti avevano contribuito a cambiare la sua immagine, come ad esempio Gianni Versace, al funerale del quale presenziò proprio in quel 1997 che avrebbe visto la sua stessa fine. 
ansa
   

Mostra. Giorgione, il silenzio dell'amicizia

Due sedi prestigiose, Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo, per una mostra che, in sostanza, ruota attorno a un solo quadro, il Doppio ritrattodi cui si discute ancora l’autografia, anche se molti studiosi sono concordi nell’assegnarlo alla mano di Giorgione. L’opera – come ricorda introducendo il catalogo della mostra la direttrice del Polo museale del Lazio, Edith Gabrielli –, entrò nelle collezioni del Museo Nazionale di Palazzo Venezia nel 1919 assieme a un nucleo di opere appartenute al principe Ruffo di Motta Bagnara, e fu in sostanza anche l’atto di nascita del museo. Già nel 1927 il trentasettenne Roberto Longhi aveva scommesso sull’autografia, ma la disputa non si è mai conclusa veramente. La mostra (aperta fino al 17 settembre) s’intitolaLabirinti del cuore. Titolo un po’ lezioso, a dire il vero. Sottotitolo: Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma, più didascalico – segnala appunto il ponte culturale a cavallo del XV e XVI secolo fra l’esodo culturale dalla Repubblica marinara e la Città Eterna –, ma sempre un po’ zuccherino. La realtà è che qui si vuole parlare della «poetica degli affetti», termine più congruo che, fra l’altro, collega la nascita di un genere agli sviluppi che giungono fino al Seicento e a Guercino, per esempio.
Il testo della Gabrielli ruota su qualche contraddizione: si dice che il catalogo è stato pensato come «strumento di lavoro», quindi rivolto agli studiosi, ma poco dopo si sottolinea che si è voluto fare una mostra «in grado di farsi capire da tutti, di parlare a tutti, nella convinzione che qualità scientifica e comunicazione non costituiscano necessariamente un ossimoro ». Non mancano omaggi al gergo inglese – «una moderna cross dissemination » per dire una comunicazione che offre oltre ai classici pannelli una serie di strumenti multimediali –, e infine si svela il vero intento della mostra, «semplice e chiaro»: «Promuovere la conoscenza e la qualità della fruizione di Castel Sant’Angelo e di Palazzo Venezia, vuoi degli edifici vuoi delle collezioni permanenti». Tutto questo con un centinaio di pezzi fra dipinti, sculture, oggetti, libri e opere grafiche. Povero Giorgione (o chiunque sia l’autore del quadro), usato come adescatore di pubblico per due monumenti dove sono conservate opere di grande pregio (basti dire delle sculture del XIV e XV secolo esposte a Palazzo Venezia oppure, sempre lì, la bellissima testa di Cristo dell’Angelico).
Il fatto è che questa mostra non è per chiunque, non è una mostra su Giorgione, e forse non è nemmeno una mostra sui ritratti. Non nasce come risoluzione di problemi storiografici, ma come spunto per una riflessione aperta sulla nascita della «poetica degli affetti» che il curatore Enrico Maria Dal Pozzolo cerca di dipanate attorno a un quadro importante, ma su cui non è stata scritta ancora l’ultima parola (verrebbe da dire, se ragionassimo da storici, che manca la pezza documentaria o meglio una data in qualche reperto d’archivio, che tagli la testa al toro sulla paternità dell’opera). I materiali esposti vogliono testimoniare la presenza culturale dei veneziani a Roma, in un difficile crinale che vede alcuni letterati emigrare dalla Serenissima già avviata verso la crisi di quei valori che l’avevano definita anche come ponte verso l’Oriente (Pietro Bembo, Vincenzo Orsini, Niccolò Tiepolo, Tommaso Giustiniani...). Passaggio a Roma fu anche quello di Pietro Barbo, che divenne papa col nome di Paolo II nel cui stemma compare l’emblema della sua stirpe e il leone. Queste presenze preparerebbero il clima mentale di cui sembra nutrirsi il Doppio ritratto che imprime una svolta attraverso la quale il ritratto tende a umanizzarsi, la pelle traspira i moti dell’anima che plasmano i volti, secondo un “sentire” che non è soltanto dei sensi ma anche dell’intelletto e dello spirito.
Prima di salire al soglio pontificio Paolo II era stato un raffinato collezionista, raccogliendo monete, gemme, cammei, coppe di epoca ellenistica e romana. Un altro veneziano eccellente, il cardinale Domenico Grimani, risiedeva a Palazzo Venezia e oltre a essere un grande collezionista fu probabilmente anche un committente di Giorgione, come ricorda Dal Pozzolo. Il simbolo veneziano, san Marco (e il leone), fu l’emblema nella Città Eterna del «mito di Venezia»; lo ritroviamo in sculture dell’epoca, in dipinti, ma soprattutto nella memoria storica di Palazzo Venezia già donato da Pio IV alla Serenissima e che fino a quel momento era noto come Palazzo di san Marco.
Nella sede di Castel Sant’Angelo si dipana invece la sezione più di contesto al discorso ritrattistico e al sentimento. Sul piano librario la mostra spazia dall’Hypnerotomachia Poliphilistampata da Manuzio nel 1499, alle numerose edizione del Petrarca, di Bembo, di Boccaccio, di Francesco Barbaro, di Lodovico Casoni imperniate sullo «specchio d’amore », che cattura i flussi di vita presenti nei ritratti di dame, nei temi della musica come colonna sonora degli affetti (il notevole ritratto di Coppia in un giardino di Vincenzo Tamagni o il belRitratto di musicista di anonimo pittore veneto, proveniente dal Kunsthistorisches, la cui mano sinistra accorda la lira e ha certo qualche analogia formale con quella del giovane in primo piano nel Doppio ritratto), nelle figure di gentiluomini, come quello di Bartolomeo Veneto proveniente da Cambridge (fino a metà Ottocento attribuito a Boltraffio), che indossa una veste sontuosa sulla quale troviamo un misterioso labirinto e altre figure simboliche che dovevano esprimere le qualità del personaggio raffigurato, peraltro indecifrato. E qui il legame è col Labirinto d’amore di cui è esposta una edizione veneziana, con rimandi di pensieri misogini e significati iniziatici dei rituali amorosi. Parlando d’amore si entra nell’ambito della seduzione: vari ritratti di donne elegantemente vestite che mostrano il seno, fra questi svetta quello di Domenico Tintoretto per la lieve, quasi eterea sintesi dei veli e delle carni pallide che emergono dal fondo rosato; meno accettabile, per una certa sciatteria formale, l’attribuzione sempre a Tintoretto dell’altro Ritratto di donna che apre la veste (entrambi i dipinti provengono dal Prado).
La sezione ritrattistica si chiude con una parata di opere che mostrano “doppi ritratti”: quello di scuola fiorentina dove il fidanzamento è dichiarato esibendo, nelle mani della ragazza, un foglio che doveva essere una sorta di accordo sottoscritto dalle famiglie dei due futuri sposi; e quello dei coniugi dipinto da Sofonisba Anguissola. E ancora: il Ritratto della famiglia di Bernardino Licinio, quello celebre della Famiglia Tacconi di Ludovico Carracci, e così via fino al Ritratto di vecchiogià attribuito a Giorgione, per poi passare di mano a Tiziano, Lotto, Jacopo Bassano, Paris Bordon e, nel 2004, riattribuito dubitativamente a Giorgione da Andrea De Marchi: un ritratto che però sembra mancare di quella mistica morbidezza del colore che riconosciamo a Giorgione. A questo punto, si torna al centro di questa rassegna, ovvero al Doppio ritratto, detto anche i Due amici. Ciò che sorprende, al di là della irrisolta questione attributiva (non è noto nemmeno il committente), è l’impostazione assolutamente nuova: in primo piano un ragazzo sontuosamente vestito, ci osserva quasi con sguardo assente; la mano destra sorregge la guancia e la sinistra stringe un melangolo, entrambi simboli della melancholia. Alle sue spalle un altro giovane, meno distinto sia nell’aspetto che nel vestire. Il contrappunto fra queste due figure, peraltro assai misterioso (saranno davvero amici?), sembra mettere in scena un’allegorica disputa del gusto fra linguaggio alto e volgare che, in qualche modo, rappresenta il transito alla modernità, dove la lingua volgare diventa idioma dei sentimenti. Una riflessione che forse avrebbe meritato un approfondimento più specifico, o quanto meno più esplicito.
da Avvenire

Narrativa. Premio Strega a Cognetti: le sue «otto montagne» di padri e figli

Paolo Cognetti ha vinto il Premio Strega 2017 con il romanzo 'Le otto montagne' (Einaudi). Il voto della giuria ha incoronato Cognetti con 208 voti su 532. Seguono Teresa Ciabatti con 'La più amata' (Mondadori), 119 voti; Wanda Marasco con 'La compagnia delle anime finte' (Neri Pozza), 87 voti; Alberto Rollo con 'Un'educazione milanese (Manni), 52 voti; e Matteo Nucci, con 'È giusto obbedire alla notte' (Ponte alle Grazie), 79 voti. Al vincitore della LXXI edizione del premio promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e da Strega Alberti Benevento è andato anche il Premio Strega Giovani.
La recensione di Fulvio Panzeri (Avvenire, 30 dicembre 2016)
A breve distanza dalla sua uscita in libreria il primo romanzo di Paolo Cognetti, scrittore che fino ad ora aveva privilegiato la forma del racconto, è diventato un caso letterario, anche tra i lettori, un successo anticipato dall'interesse che il libro aveva suscitato alla 
Fiera di Francoforte, tanto da essere già in traduzione in trenta Paesi.
Va detto che "Le otto montagne" è decisamente un romanzo importante, uno dei migliori del 2016 per quanto riguarda la narrativa italiana e conferma un dato significativo, quello del consolidamento di quella nuova generazione di scrittori, nata tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, che ha trovato una propria dimensione espressiva, proprio nel ritorno all'autenticità di un sentire narrativo che lascia da parte mode e sperimentalismi, per puntare l'attenzione sull'umano, su una profondità nell'indagine dei rapporti personali e sul mettere in scena uno smarrimento che è quello vissuto in questi anni di precarietà, non solo esistenziale. 

Cognetti dimostra come una storia anche personale possa diventare emblematica, uscendo dall'ambito strettamente autobiografico per imporsi come riflessione sul valore dei luoghi e dei rapporti. Infatti nel romanzo prevalgono, con la stessa valenza, il paesaggio e le persone. A raccontare la storia è un figlio, Pietro, nato da genitori veneti che hanno lasciato la loro terra 
e un'identità di montagna di natura dolomitica, per trasferirsi a Milano, agli inizi degli anni Settanta. Nella Milano delle grandi arterie stradali, percorse da fiumi di veicoli, lo spazio dell'orizzonte che inquadra una montagna lontana, la Grigna, fa ritornare il desiderio di vivere ancora in quella dimensione, anche solo in un periodo dell'anno. Ecco allora la scoperta del Monte Rosa, del paesino di Grana. Per ognuno quel luogo diventa una forma di redenzione esistenziale: per la madre che ritrova una sua forma di felicità; per il padre che ostinatamente prosegue il suo sogno di ritrovare in ogni ghiacciaio «la neve degli inverni lontani»; per il figlio, taciturno, riflessivo, un po' indifeso, ma con una sensibilità capace di capire gli altri, di iniziare un percorso di crescita attraverso l'amicizia con Bruno, un ragazzo "selvatico", molto diverso da lui, con il quale si instaura un rapporto di grande complicità.
Sarà il padre, quando il rapporto con il figlio adolescente porta al silenzio tra loro, a mantenere segretamente il filo di quel legame, portando il lettore direttamente al centro della storia, dopo un salto temporale in cui vale di più la reticenza del narratore, che il racconto della crisi. La morte prematura del genitore, a poco più di sessant'anni, e la scoperta che il padre ha lasciato a Pietro 
un terreno tra i boschi e il lago, con un rudere, ricostituisce l'unità.
Cognetti fa dire al suo protagonista, che nel frattempo si è trasferito a Torino, vive in un monolocale e si occupa di documentari: «Sapevo una volta per tutte di aver avuto due padri: il primo era l'estraneo con cui avevo abitato per vent'anni in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo solo intravisto eppure conosciuto meglio, l'uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l'amante dei ghiacciai. Quest'altro padre mi aveva lasciato un rudere da ricostruire. Allora decisi di dimenticare il primo, e fare il lavoro per ricordare lui».

Bruno sa tutto di quelli che erano i progetti del padre che sembra riconsegnargli anche il senso più profondo di una grande amicizia, da rendere ancora più solida, grazie a quella casa d'alta montagna, a ridosso della roccia, che ha pensato per il figlio. Bruno e Pietro lavorano insieme alla casa per tutta un'estate e Pietro decide che la potrà usare anche l'amico, quando vorrà. Il tempo dell'intesa ha poche parole in questo romanzo, ma gesti concreti, solitudini da condividere, una bellezza del paesaggio vissuta in tutta la sua pienezza, nei fragori e negli istanti di calma, nei passaggi stagionali.
Ognuno dei due, Pietro e Bruno, sembra prendere forza dall'altro, ognuno è consapevole del fatto che potrà ritrovarsi sempre in quella dimensione sacra che il luogo della casa rappresenta, anche nel suo valore simbolico di riconciliazione. Ognuno dei due cercherà di portare a compimento i propri progetti: quello di un'azienda agricola per Bruno, ma anche una compagna e una figlia; un viaggio in Nepal per Pietro. Il legame è forte, ma la distanza non può essere un ostacolo. Quando il sogno di Bruno crolla, Pietro 
sarà lì, con la sua presenza.
Le otto montagne è un romanzo in cui si respira il senso fermo del sacro e della solitudine come pienezza. Del resto Cognetti, parlando degli eremiti del XXI secolo sulla rivista Vita e Pensiero, scrive che «l'eremita è un esploratore. Per quanto mi riguarda, 
la scrittura è allo stesso tempo il mezzo e il fine di questa esplorazione: è il mio modo di pensare, quando sono da solo, e insieme la traccia che ne rimane, o il regalo che la solitudine mi fa quando decide di essere generosa con me».

Paolo Cognetti
Le otto montagne
Einaudi. Pagine 204
Euro 18,50
da Avvenire