La spiaggia di Mondello torna "libera" dopo 116 anni: il tar conferma lo stop alla concessione

 
Avvenire

È una decisione che chiude un’epoca, non soltanto per chi vive in quell’angolo di Sicilia, con un mare cristallino, incastonato tra i promontori. La prima sezione del Tar Palermo, presidente Salvatore Veneziano, ha respinto il ricorso della società “Mondello Immobiliare Italo-Belga” contro il decreto di decadenza della concessione della spiaggia di Mondello, la borgata marinara amata da generazioni di palermitani. Il pronunciamento chiude, al momento, una contesa rovente. Il provvedimento, firmato lo scorso 26 febbraio dall’assessora regionale al Territorio Giusi Savarino, era stato emesso sulla scorta di presunte gravi violazioni e anche di inadempienze contrattuali. Alla luce della sentenza del Tar di Palermo, dunque, la decadenza della concessione risulta legittima.
Breve riassunto delle puntate precedenti. Lo scorso 6 ottobre si era già svolta l’udienza di merito al Tar di Palermo sul contenzioso tra l’assessorato regionale al Territorio e la stessa Italo Belga. I giudici di primo grado avevano respinto la richiesta di sospensiva. Ancora in precedenza, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (Cga) aveva dato via libera alla stagione balneare 2026, per ragioni di ordine pubblico.
L’assessorato al Territorio aveva deciso la revoca per due motivi. Il primo era la presenza nella gestione dello stabilimento della ditta Gm Edil, di cui la società Italo Belga si avvaleva per svolgere alcuni lavori di manutenzione di lettini, ombrelloni e cabine in legno, oltre che per la pulizia dell’arenile. L’amministratore unico di Gm edil era il fratello incensurato di un uomo condannato per mafia che sarebbe stato a capo della famiglia di Resuttana. Il prefetto di Palermo Massimo Mariani aveva firmato un’interdittiva antimafia proprio nei confronti di Gm Edil. La società Italo Belga aveva, successivamente, precisato che i rapporti con l’azienda erano stati interrotti, ma era stata raggiunta da un provvedimento di prevenzione collaborativa, che affiancava al management della società degli amministratori di nomina prefettizia. La seconda contestazione riguardava l’affidamento in gestione di ristoranti e bar a una società che sarebbe avvenuto, secondo l’assessorato, senza autorizzazioni.
Per i giudici della prima sezione del Tar, a quanto si apprende, tre sono i punti da tenere in considerazione: l’interdittiva antimafia alla società Gm Edil, gli affidamenti a terzi senza autorizzazione da parte della Regione e le gravi violazioni contestate degli obblighi concessori. Tra le motivazioni decisive ci sono proprio le risultanze antimafia. L’Italo Belga impugnerà la sentenza davanti al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana. «Restiamo convinti della fondatezza delle nostre ragioni e intendiamo farle valere in appello – afferma la società in una nota -. L’esame della sentenza con i nostri legali consentirà di definire i motivi dell’impugnazione e le ulteriori iniziative a tutela dell’azienda. La difesa dell’Italo Belga riguarda anche il suo nome e la possibilità che le sue posizioni siano conosciute e valutate sulla base degli atti. Tanti fatti da sempre noti alle parti in causa non sono stati tenuti in considerazione». La contestazione alle contestazioni è su tutta la linea. «La società – si legge ancora nella nota - ha dimostrato che quei servizi fossero ben noti all’Amministrazione, a cui erano sempre stati regolarmente comunicati negli anni, e che la decadenza, la misura più severa prevista dall’ordinamento, sia sproporzionata rispetto a quanto contestato». Soddisfazione è stata espressa dall’assessorato al Territorio e Ambiente. Esulta il parlamentare regionale, Ismaele La Vardera, autore di una poderosa campagna, col suo movimento “Controcorrente”. «È una sentenza storica – commenta –. Lo avevamo detto che era solo una questione di tempo».

Le destinazioni di viaggio più sottovalutate in Europa

 

La Bucovina, in Romania, sede di siti come il Monastero di Voroneț raffigurato, è stata nominata la destinazione di viaggio più sottovalutata al mondo© Unsplas

Le grandi mete turistiche come Venezia o Barcellona sono famose per un motivo. Ma quando l’amore per certe città finisce per avere un impatto negativo sugli abitanti che le hanno rese straordinarie, è il momento di ripensare il nostro modo di viaggiare.

Il mondo è enorme e pieno di luoghi poco conosciuti che aspettano solo più visitatori. E, scegliendoli, il viaggio sarà molto più piacevole, senza la lotta continua contro le folle.

Ed è qui che entra in gioco la lista di Time Out delle destinazioni di viaggio più sottovalutate al mondo.

Aggiornata ogni anno, l’ultima classifica comprende 41 città e regioni, e il primo posto di quest’anno si trova in Europa.

La Bucovina, in Romania, guida la classifica del 2027. Time Out la paragona alla più nota Transilvania, spiegando che la regione offre "lo stesso paesaggio montano selvaggio, tradizioni antichissime e un'architettura sorprendente", ma senza le folle.

Negli ultimi anni la Bucovina è diventata sempre più popolare come porta d’accesso alla Via Transilvanica, il percorso escursionistico di 1.400 chilometri che la nostra redattrice Rebecca Ann Hughes ha affrontato all’inizio di quest’anno.

Le successive destinazioni europee più apprezzate nella lista sono le città asturiane della Spagna, che si sono piazzate al terzo posto.

Le località costiere della regione sono già molto frequentate, ma Time Out consiglia di puntare su città come Oviedo, Gijón e Avilés, soprattutto se amate la buona cucina.

Se cercate una fuga al mare lontano dalla folla, Zambujeira do Mar è la scelta giusta: nella classifica generale occupa il sesto posto.

La cittadina arroccata sulle scogliere, nella regione portoghese dell’Alentejo, ospita una spiaggia insignita della Bandiera Blu e, a parte il fine settimana del festival musicale MEO Sudoeste, qui non si incontrano molti altri turisti.

Al nono posto della classifica generale c’è Carry-le-Rouet, in Francia. Il magazine la paragona a località balneari più celebri come St. Tropez e Cannes, descrivendola come "altrettanto idilliaca, con paesaggi che vanno dal mare alle falesie, acque turchesi e pesce fresco a una frazione del costo".

Appena fuori dalla top 10, le Azzorre si sono classificate al dodicesimo posto. Il remoto arcipelago portoghese attira sempre più attenzione da alcuni anni, ed è stato ribattezzato "le Hawaii d’Europa", ma sta lavorando per garantire uno sviluppo sostenibile del turismo.

La destinazione è certificata dal Global Sustainable Tourism Council e dispone di numerose politiche per tutelare il patrimonio culturale, storico e naturale delle nove isole.

Le 10 mete più sottovalutate al mondo
Bucovina, Romania
South Dakota, Stati Uniti
Città asturiane, Spagna
Penisola di Osa, Costa Rica
San Martín, Perù
Zambujeira do Mar, Portogallo
Bisbee, Arizona, Stati Uniti
Shenzhen, Cina
Carry-le-Rouet, Francia
Tioga Pass, California, Stati Uniti

La contrapposizione fra più turismo e meno turismo è la domanda sbagliata

 

La Repubblica

Per anni la risposta all’overtourism è sembrata obbligata: se le città d’arte scoppiano di visitatori bisogna tagliarne il numero. Tao Tao, cofondatore e chief operating officer di GetYourGuide, rovescia il ragionamento. «La contrapposizione fra più turismo e meno turismo è la domanda sbagliata. Possiamo avere allo stesso tempo più turismo e un turismo migliore», dice il manager pechinese, da una vita in Europa. Migliore significa soprattutto distribuire i visitatori nello spazio e durante l’anno. I numeri della ricerca Ampliare gli orizzonti, realizzata da Formules su dati proprietari che GetYourGuide presenterà il 6 novembre ad Eureka, la fiera per le imprese culturali e creative di Pordenone, indicano questa tendenza.

Nel 2025 sulla piattaforma erano disponibili esperienze in 105 delle 110 province italiane e in 867 comuni, il 54% sotto i 10mila abitanti. Nel 2026 l’offerta raggiunge 387 comuni delle aree interne. A Roma le prenotazioni fuori città sono state quasi otto volte quelle del 2021. Che cosa può fare davvero una piattaforma contro l’overtourism? «Il digitale offre alle persone uno spazio enorme per lasciarsi ispirare e confrontare alternative», spiega Tao Tao ad Affari&Finanza. «Cinquant’anni fa magari avevi una pagina dedicata a Roma in un catalogo e potevi promuovere tre cose. Oggi puoi confrontare più di mille attività». Dal corso di pasta ai Musei Capitolini fino a una visita fuori porta. Ma l’algoritmo non basta. «Serve una partnership fra pubblico e privato. Le infrastrutture e i trasporti sono importanti: dev’essere semplice raggiungere un luogo meno conosciuto». E bisogna evitare che la redistribuzione sposti il problema altrove. A Firenze, racconta il coo, GetYourGuide ha collaborato con l’amministrazione sulla regolamentazione dei tour legati all’alcol, fonte di lamentele dei residenti: «Il turismo è sostenibile se i residenti non ricevono soltanto benefici economici ma possono continuare a viverci bene». Come portare un turista in un luogo di cui non ha mai sentito parlare? «Non dobbiamo convincerlo — dice Tao Tao — i viaggiatori sono genuinamente curiosi di esplorare». Il digitale serve piuttosto a far combaciare interessi specifici con un’offerta prima difficile da scoprire. L’esempio è Gabii, l’antica città latina fuori Roma: «Ci è voluto un po’ per creare slancio. Ora alcuni tour arrivano già al tutto esaurito — confessa sul rilancio del sito archeologico sulla Prenestina antica — i primi clienti vanno, raccontano che è stato fantastico, postano foto, lo consigliano e poi arrivano altre persone con interessi simili». Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale. GetYourGuide utilizza il machine learning nel ranking da quasi dieci anni e personalizza ricerche e raccomandazioni.

Ma Tao Tao non immagina un futuro in cui delegheremo all’AI la costruzione completa delle vacanze. «Alle persone piace guardarsi intorno. È un po’ come fare shopping: non chiedi all’IA che cosa devi metterti e poi compri semplicemente quello che ti indica. Vuoi vedere e confrontare», ragiona. Perché la pianificazione è già parte del viaggio. «Molte persone ci utilizzano il lunedì mattina mentre sono al lavoro. Dopo un bel fine settimana tornano in ufficio e vogliono guardare immagini di avventure. Quell’elemento di ispirazione non scomparirà».

Cresce la voglia di esperienze

È su questo terreno che si gioca anche la crescita di un mercato delle esperienze meno digitalizzato di voli e hotel. GetYourGuide dichiara oltre 200mila esperienze offerte da più di 50mila partner in oltre 18mila città. E il continuo rilancio di concorrenti come Airbnb sul fronte delle esperienze non sembra preoccuparlo: «È positivo, porta maggiore attenzione e fa conoscere questo mercato». La differenza, sostiene, è nel prodotto: «L’alloggio è più simile a una commodity, legata soprattutto a prezzo e disponibilità — dice — le esperienze dipendono molto di più dall’ispirazione». GetYourGuide non sembra infatti intenzionata a trasformarsi nell’ennesima piattaforma per comprare tutto il viaggio. Semmai si sta allargando all’interno dello stesso perimetro: dagli spettacoli di Broadway alle partite Nba, con l’ipotesi di aggiungere il calcio nelle grandi destinazioni europee. «Quando abbiamo fondato GetYourGuide ci dicevano che eravamo l’add-on, l’aggiunta al viaggio — ricorda il manager cinese tornando al 2009 — io penso invece che siano hotel e trasporti a essere le aggiunte. La vera ragione per cui vai a Roma è ciò che vuoi vedere e fare». Secondo lo studio circa il 70% dei clienti ha aggiunto una notte al soggiorno dopo avere scoperto altre attività disponibili.

E l’IA, almeno per ora, non ha causato tagli all’organico. «Zero persone licenziate», risponde Tao Tao. Per il manager è soprattutto uno strumento di produttività: «Libera creatività e capacità. Non sto fra i catastrofisti. Il desiderio e i bisogni umani sono illimitati».


Munch e Picasso, affinità e ossessioni. A Malaga il dialogo immaginario dei due grandi maestri che non si incontrarono mai

 
Ansa

Due grandi artisti, due personalità profondamente diverse e un dialogo che nella realtà non è mai avvenuto: Edvard Munch e Pablo Picasso non si incontrarono mai, eppure le loro opere dialogano attraverso il tempo, accomunate da passioni, inquietudini e da un'incessante ricerca di nuove forme espressive.

Il museo Picasso di Malaga ospita fino al 28 febbraio la mostra 'Munch-Picasso' che, per la prima volta, mette a confronto i due artisti, esplorando le sorprendenti affinità tra il pittore norvegese e quello spagnolo, protagonisti di una rivoluzione artistica che ha cambiato per sempre il modo di rappresentare la realtà e le emozioni.

Amore, morte, solitudine, angoscia, desiderio e sessualità sono alcuni dei grandi temi che attraversano il percorso espositivo, rivelando come i due artisti, appartenenti a generazioni e culture differenti, abbiano condiviso la stessa necessità di andare oltre le convenzioni. Munch affidò l'espressione delle inquietudini umane all'intensità dei colori, alla forza delle linee e al simbolismo dei paesaggi; Picasso spinse la sperimentazione verso la scomposizione delle forme e la moltiplicazione dei punti di vista, fino alla rivoluzione cubista. Curata dalla storica dell'arte Paloma Alarcó, la mostra riunisce oltre cento opere tra dipinti, disegni e incisioni, provenienti da importanti istituzioni internazionali, tra cui il MoMA di New York, la Tate, il Musée National Picasso-Paris, il Museo Reina Sofía di Madrid e il Munchmuseet di Oslo. "La mostra racconta la storia di un incontro immaginario tra i due artisti - spiega la curatrice - ed esplora dialoghi impossibili tra due figure così diverse che non si incontrarono mai, ma che condividevano un'analoga ossessione per i misteri più profondi dell'esistenza". In effetti le loro strade artistiche si incrociarono nel 1912, quando all'esposizione del Sonderbund di Colonia le opere dei due maestri furono presentate nello stesso contesto; Munch visitò la mostra ed è possibile che proprio in quell'occasione sia rimasto colpito dalle sperimentazioni cubiste del collega spagnolo, mentre Picasso aveva già avuto modo di conoscere l'opera di Munch alla fine dell'Ottocento e, successivamente, durante gli anni parigini. Distribuito su due piani del museo, il percorso espositivo si sviluppa attraverso sette sezioni tematiche: dagli autoritratti, che raccontano la costruzione dell'identità artistica, al confronto con la malattia e la perdita degli affetti, alle atmosfere notturne di caffè e cabaret, fino alle rappresentazioni della donna e alle tormentate relazioni amorose nelle sezioni Femme fragile - Femme fatale e Love-pain; quelle dedicate al nudo e alla Joie de vivre esplorano invece il corpo umano come territorio di sperimentazione e simbolo di vitalità, libertà e rapporto con la natura. 

Torna la Giornata Nazionale degli Abiti Storici, tra borghi, musei, botteghe artigiane. Dall'11 novembre all'11 dicembre eventi, sfilate, mostre, laboratori, incontri

 

Ansa

Riscoprire l'Italia attraverso ciò che ha indossato nei secoli tra abiti, tessuti e ricami tramandati di generazione in generazione, perché dietro ogni vestito si nasconde una storia e dietro ogni tradizione c'è una comunità che continua a mantenerla viva.

È il patrimonio fatto di antichi mestieri, tradizioni popolari e identità locali che torna protagonista con la seconda edizione della Giornata Nazionale degli Abiti Storici, promossa dal ministero del Turismo e che quest'anno si trasforma in una festa diffusa, capace di coinvolgere borghi, musei e botteghe artigiane.

    Il calendario unico nazionale 'L'Italia vestita di storia', pubblicato sul portale Italia.it, raccoglierà gli appuntamenti organizzati nei territori, offrendo a tutti l'opportunità di scoprire un patrimonio culturale spesso poco conosciuto. Dal costume tradizionale sardo agli abiti delle comunità arbëreshë, dalle eleganti fogge della Serenissima ai costumi siciliani, ogni territorio custodisce un modo particolare di raccontare il proprio passato. L'obiettivo è trasformare gli abiti da semplici testimonianze storiche in strumenti di valorizzazione turistica, capaci di attirare visitatori anche lontano dai circuiti più frequentati, mappare e promuovere la diversità regionale.
    Dall'11 novembre all'11 dicembre Comuni, Pro Loco, musei e associazioni culturali potranno organizzare eventi dedicati agli abiti storici locali; il programma potrà comprendere sfilate e cortei in costume, vestizioni pubbliche accompagnate dal racconto dei simboli e delle tradizioni, esposizioni nei palazzi storici, laboratori di ricamo e tessitura, incontri con maestri sarti e attività rivolte alle scuole. Particolare attenzione sarà riservata al coinvolgimento diretto dei visitatori, che potranno partecipare a esperienze come i workshop 'Cuci il tuo pezzo di storia', entrando in contatto con le tecniche artigianali e i saperi tramandati nel tempo.
    Nel fine settimana del 14 e 15 novembre i territori aderenti potranno inoltre organizzare cortei storici, trasformando piazze e centri antichi in scenari viventi della memoria locale. È un modo per sostenere il turismo culturale e lento, valorizzare i piccoli borghi e le aree interne e contribuire alla conservazione di mestieri e conoscenze che rischiano di scomparire. Le candidature al 'Calendario' sono aperte fino al 9 novembre ed entro la stessa data sarà possibile inviare al ministero fotografie e video per arricchire il catalogo online degli abiti storici. 



«Con 18mila euro abbiamo comprato casa all'asta, i lavori li ha fatti il mio compagno: ora vale dieci volte tanto»

 
Il Messaggero

Acquistare un immobile senza aver mai varcato la soglia di casa è una scommessa azzardata, soprattutto per chi si trova alla prima esperienza con i lavori di ristrutturazione. È la sfida intrapresa nell'agosto 2024 da una giovane coppia che ha deciso di cogliere un'opportunità unica: un immobile messo all'asta per le tasse non pagate a circa 18.300 euro (20.000 dollari). Con un budget ridotto, poca esperienza nel settore e un figlio in arrivo, i due - Thomas "Fletch" e Kristin Fletcher - si sono lanciati in un'impresa azzardata ma stimolante. «Siamo persone molto pratiche e ci piace l'idea di prendere qualcosa di vecchio o fatiscente per trasformarlo in qualcosa di bello», ha raccontato la donna in un'intervista esclusiva alla rivista People, che ha seguito la vicenda. «Sapevamo di correre un rischio comprando senza aver visto l'immobile, ma il prezzo era così basso che secondo noi valeva la pena tentare». 

All'inizio la coppia aveva a disposizione solo una breve descrizione e poche immagini. Sapevano soltanto che la casa era priva di rivestimento esterno, che l'ingresso principale era quasi inaccessibile e che l'interno era un mistero totale. Una volta ottenute le chiavi e varcata la soglia, si sono trovati di fronte a cumuli di spazzatura e persino a sei frigoriferi pieni di cibo lasciati senza corrente elettrica per due anni. Eppure, «ci aspettavamo che fosse molto peggio», hanno ammesso a People. «Siamo rimasti sorpresi dalle buone condizioni in cui si trovava una volta acquistata e pulita: gli impianti funzionavano, la struttura era ottima e non c'era traccia di muffa!». Non potendo permettersi di ingaggiare delle ditte specializzate, il lavoro è caduto quasi interamente sulle spalle del compagno, mentre la donna era incinta e poi occupata ad accudire il neonato. «Ha fatto tutto da solo», ha spiegato la donna in un video. «Dal tetto alle finestre, dalle pareti ai pavimenti fino alle porte, stanza dopo stanza ha trasformato questo posto tremendo in qualcosa di bellissimo».

L'intera ristrutturazione è durata circa otto mesi. Dopo quattro mesi di cantiere la famiglia si è persino trasferita all'interno della struttura per evitare continui viaggi e stare più tempo insieme. «Con il nostro budget non potevamo permetterci di assumere nessuno», hanno spiegato a People. «Non è sempre facile conciliare tutto, ma stiamo costruendo qualcosa per il nostro futuro e vogliamo dimostrare che non serve un patrimonio o chiamare professionisti per farcela». Il budget iniziale, fissato a circa 22.900 euro (25.000 dollari), si è chiuso poco sotto i 32.000 euro (35.000 dollari), per una spesa totale (acquisto compreso) inferiore ai 50.400 euro (55.000 dollari).

Battezzata "The Comeback Cabin" e immersa in un terreno di circa 8.000 metri quadrati (2 acri), la proprietà è diventata una struttura ricettiva che nell'agosto 2025 ha accolto i primi ospiti. Un successo che ha spinto la coppia ad acquistare all'asta una seconda casa da sistemare per circa 7.800 euro (8.500 dollari). «Ora l'immobile vale dieci volte quello che lo abbiamo pagato», ha concluso la coppia. «Ne è valsa la pena al 100%, ed è per questo che lo stiamo rifacendo».

Quando i morti tornano a fare festa in Sicilia: i pupi di zucchero, dolci dall'aldilà


 Balarm

Sono un patrimonio culturale che custodisce da secoli la memoria dei defunti, l’affetto familiare, la creatività degli artigiani e il legame tra le generazioni

«I pupi di zucchero che si preparano per la festa dei Morti, quelli impastati con lo zucchero di scarto e grossolano, pittati sul davanti e lisci di dietro… Ogni anno sua madre ne comprava uno solo, per tutti i picciriddi; il sapore era lo stesso, ma il pupo era diverso e oggetto di interminabili discussioni: il cavaliere, il santo, il re. Lo poggiavano su una mensola alta, lontano dalle mani golose: bastava guardarlo per sentire l’acquolina in bocca. Lecca oggi, lecca domani i colori sbiadivano e la pasta di zucchero si assottigliava. Dita e mani erano le prime a scomparire, le braccia diventavano moncherini, cappelli e piumaggio si dileguavano. Pezzo a pezzo il pupo si consumava».

L'atmosfera della tradizione siciliana

La scrittrice Simonetta Agnello Hornby, con questa descrizione restituisce perfettamente l’atmosfera di una tradizione tutta siciliana, la “festa dei morti”. La commemorazione dei defunti, celebrata in Sicilia il 2 novembre, è una ricorrenza ancora oggi molto sentita, soprattutto dai bambini, che attendono con gioia i doni dei propri cari defunti.

Ad acquistare i balocchi sono, naturalmente, nonni, zii e genitori, ma di generazione in generazione si tramanda il racconto secondo cui, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, i morti lasciano le loro paurose dimore e tornano sulla terra per portare doni ai bambini buoni. Tra i dolci più rappresentativi di questa ricorrenza troviamo proprio i pupi di zucchero, chiamati anche pupi di cena, pupaccene o, più semplicemente, cene.

Si tratta di statuette di zucchero che raffigurano cavalieri, re, santi, damine, galletti e agnellini, ma anche, in tempi più recenti, personaggi dei cartoni animati. Queste piccole sculture uniscono il valore simbolico della festa alla creatività e alla maestria dell’artigianato dolciario siciliano. Le parole della Hornby evocano una consuetudine familiare ormai lontana, ma ancora viva nella memoria di molti siciliani: il pupo, inizialmente veniva esposto come un piccolo tesoro da ammirare e veniva consumato lentamente, quasi con rispetto, attraverso assaggi quotidiani che ne cancellavano poco a poco le forme e i colori.

I pupi di zucchero nella storia

Un’antica filastrocca dei bambini recitava: «Chi ti purtaru i morti? / U pupu cu l’anchi torti» (oppure, più propriamente, «cu l’occhi torti», con un possibile riferimento al teatro dell’Opera dei Pupi, nel quale il paladino Orlando viene raffigurato con gli occhi leggermente storti). Giuseppe Pitrè, nel 1881, in Spettacoli e Feste, sottolineava la diffusione dei pupi di zucchero (relativamente economici evidentemente) tra i ceti popolari: «I dolci del basso volgo sono pei Morti i pupi di cena; guerrieri a cavallo, soldati pedoni, signore, trombe, scarpette di zucchero fuso comunemente appellato “cena”».

L’usanza di regalare dolci ai bambini in occasione della Festa dei Morti ha veramente origini molto antiche. Già nel Settecento, il cronista Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca (1720-1802), riferiva dell’abitudine di offrire ai più piccoli le strenne dei defunti. Secondo questa tradizione, nella notte tra l’1 e il 2 novembre i bambini trovavano dolci e altri doni nelle proprie scarpette, come se fossero stati lasciati dalle anime dei loro cari.

L’usanza aveva anche una funzione educativa e religiosa: le madri facevano credere ai figli che i regali provenissero dai defunti, affinché imparassero a ricordarli nelle preghiere. Il Villabianca riconduceva questa consuetudine all’«amore e spirituale devozione delle madri», desiderose di far gustare ai figli i dolci e le paste di zucchero vendute in occasione della commemorazione dei defunti, nelle piazze e nelle fiere allestite davanti alle chiese. Lo stesso Villabianca ci informa che, per la festa dei difonti (defunti), si preparavano dolci a forma «di morti, di scheletri, di ossa, di teschi», venduti abitualmente nelle fiere, lungo le strade e nelle botteghe dei confettieri, dei pasticcieri e dei fruttaioli.

Ancora oggi, del resto, accanto ai pupi di zucchero, si preparano altri dolci tipici della ricorrenza, come i moscardini, chiamati anche crozzi di morto o ossa di morto. Insieme ai tetù, ai taralli, ai pupatelli (o quaresimali) e alla frutta martorana, questi dolci compongono il cosiddetto cannistru, il tradizionale cesto di prelibatezze che, nella cultura siciliana, accompagna la commemorazione dei defunti.

Sull’origine dei pupi di zucchero circola anche una leggenda, priva di fonti storiche accertate, secondo cui questa tradizione sarebbe nata in un paese islamico. Si racconta che nell’Ottocento un nobile arabo, ormai ridotto sul lastrico, si fosse trovato a dover accogliere alcuni ospiti a cena senza avere nulla da offrire loro. Avrebbe preparato una pupa di zucchero, che sarebbe poi stata divisa tra i commensali come pasto.

Da questo episodio deriverebbe il nome pupaccena. L’origine della leggenda potrebbe forse derivare dal fatto che i pupi di zucchero sono diffusi anche in Tunisia, in particolare nella città di Nabeul, dove vengono realizzati in occasione del Capodanno islamico e dei matrimoni. La presenza di dolci antropomorfi in quest’area del Mediterraneo può essere messa in relazione con gli intensi scambi culturali tra la Sicilia e il Nord Africa. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, infatti, numerosi emigrati siciliani si stabilirono in Tunisia, portando con sé usanze e tradizioni della loro terra d’origine.

Attorno ai pupi di zucchero, dolci antropomorfi legati al culto dei defunti, si sono sviluppati nel tempo numerosi studi antropologici, volti a indagare il significato più profondo dei riti e delle tradizioni che accompagnano la commemorazione dei morti. Secondo Mircea Eliade, l’insieme dei doni commestibili che, secondo la credenza popolare, i defunti portano ai bambini nella notte tra l’1 e il 2 novembre potrebbe essere ricondotto a più antichi rituali funerari. In origine, infatti, le offerte alimentari sarebbero state destinate ai morti stessi, mentre i dolci antropomorfi avrebbero potuto rappresentare una forma sostitutiva dei sacrifici umani un tempo dedicati ai defunti. In questa prospettiva si inserisce anche l’interpretazione di Antonino Buttitta, che individua un duplice significato nella strenna del 2 novembre.

Da una parte, essa rappresenterebbe un’offerta alimentare alle anime dei defunti; dall’altra, costituirebbe un esempio di patrofagia simbolica, ossia di un consumo rituale che assume il significato di un legame tra i vivi e i morti. Le statuette di zucchero, infatti, raffigurerebbero simbolicamente gli stessi defunti e, cibandosene, i bambini parteciperebbero a un rituale di assimilazione e continuità con chi non c’è più. Come osserva Buttitta: «Destinatari ideali dei riti offertori sono i defunti, chi effettivamente ne gode sono i bambini».Il significato profondo di questo rito risiederebbe, dunque, nel superamento simbolico dell’opposizione tra vita e morte.

Come si preparano

Come si preparano i Pupi di zucchero? La preparazione di statuette e sculture di zucchero risale almeno al Rinascimento, quando sulle tavole di principi, re e papi comparivano i cosiddetti trionfi di zucchero: elaborate sculture effimere destinate a stupire gli ospiti durante banchetti e occasioni solenni. La lavorazione artigianale dei pupi di zucchero continua ancora oggi, soprattutto a Palermo, dove i maestri pasticcieri realizzano statuette ispirate al teatro dell’Opera dei Pupi, ma anche damine, animali, figure religiose e personaggi contemporanei.

Il procedimento è piuttosto complesso: lo zucchero semolato mescolato all’acqua viene portato a ebollizione in grandi pentole di rame, chiamate "puzzunieddi", fino a raggiungere la temperatura necessaria - indicativamente a 130 °C -. Viene versato rapidamente negli stampi. Una volta riempiti, gli stampi vengono svuotati dello zucchero in eccesso, in modo da lasciare all’interno della statuetta una cavità che la rende più leggera e consente di ridurre la quantità di materia prima utilizzata.

Quando lo zucchero si è raffreddato e solidificato, le figure vengono estratte dagli stampi. Si procede quindi alla rimozione delle eventuali parti superflue e alla rifinitura della base, detta pedana, che serve a garantire stabilità alla statuetta. Segue la fase della decorazione, forse la più delicata e creativa dell’intero procedimento.

Ogni pupo viene dipinto a mano con colori alimentari, prestando particolare attenzione ai dettagli e rispettando i necessari tempi di asciugatura. È proprio attraverso la decorazione che le figure acquistano personalità: i colori, i lineamenti del viso, gli abiti e gli ornamenti trasformano una semplice forma di zucchero in un piccolo personaggio. In passato, la cosiddetta impupata prevedeva anche l’aggiunta di carta colorata, stagnola, merletti e palline decorative, utilizzati per arricchire ulteriormente le statuette.

Oggi, per rispettare le normative in materia alimentare, la decorazione viene realizzata principalmente attraverso la colorazione della superficie e l'impiego di materiali idonei.

Le figure più elaborate possono richiedere settimane di lavoro e raggiungere dimensioni considerevoli, diventando vere e proprie opere di artigianato dolciario. I pupi di zucchero rappresentano, dunque, molto più di una specialità della gastronomia siciliana.

Sono un patrimonio culturale che custodisce da secoli la memoria dei defunti, l’affetto familiare, la creatività degli artigiani e il legame profondo tra le generazioni.