Torna il Treno del Foliage dal 10 ottobre al 15 novembre: costi e tappe tra Domodossola e Locarno


 Dal 10 ottobre al 15 novembre la Ferrovia Vigezzina-Centovalli tornerà a proporre Il Treno del Foliage. Acclamato dalle principali testate internazionali, è un viaggio tra Italia e Svizzera immerso in paesaggi autunnali che danno l’impressione di trovarsi dentro a un dipinto.

In un viaggio in treno, ogni tipo di comfort, per quanto sempre apprezzato, passa in secondo piano quando lo spettacolo che si può ammirare dai finestrini sembra uscito direttamente da un quadro. È proprio la combinazione di questi due fattori che è valsa alla Ferrovia Vigezzina-Centovalli un posto in vetta alle classifiche di testate internazionali come The Guardian, The Telegraph e New York Times per il miglior viaggio in treno d'Europa. Il merito è del percorso che collega Domodossola a Locarno, che dal 10 ottobre al 15 novembre ritornerà protagonista dell'iniziativa chiamata "Il Treno del Foliage". È un treno che non si prende per lavoro o per raggiungere l'università, ma che fa del viaggio in se l'esperienza da vivere. Il grande protagonista, però, non sta nei vagoni, ma fuori dal finestrino. Una tratta di 52 chilometri tra i Italia e Svizzera, attraverso luoghi che avvolgono il passeggero nei colori delle foglie d'autunno, effettuata a bordo di treni vintage o di modelli più moderni.

Il viaggio parte da Domodossola, da cui si sale per attraversare la Valle Vigezzo, conosciuta anche come valle dei pittori. Un soprannome che non è casuale, in quanto è stata la culla di una vera e propria corrente di artisti, che ha trovato nella figura di Carlo Fornara una colonna portante. I pittori vigezzini dipingevano traendo ispirazione dallo spettacolo dei boschi della valle, che in ogni stagione, ma soprattutto d'autunno, si trasformano in una gigantesca tavolozza di colori in continuo cambiamento. Proseguendo nella valle si passa per Santa Maria Maggiore, il borgo che ospita la Scuola di Belle Arti Rossetti Valentini, simbolo per eccellenza della grande tradizione artistica di questi luoghi.

Proseguendo verso il confine con la svizzera si arriva a Re, che ospita il Santuario della Madonna del Sangue. Questo nome deriva da un miracolo che sarebbe avvenuto attorno alla fine del XV secolo: un'effige della Madonna con Bambino nella Chiesa di San Maurizio, dopo essere stata colpita con una pietra da un giocatore d'azzardo adirato, avrebbe iniziato a perdere sangue, inducendo gli abitanti a gridare al prodigio. Attorno al dipinto, negli anni furono costruiti diversi luoghi di culto, fino ad arrivare al grande Santuario odierno, costruito nel 1922.

Una volta giunti in Svizzera si attraverseranno le Centovalli, un territorio che ha le sue porte a Intragna, dove si trova il campanile più alto del Canton Ticino, che raggiunge i 65 metri. Il Treno del Foliage si muoverà all'interno del paesaggio alpino, carico del fascino dell'autunno, fino a Locarno, sulla sponda svizzera del lago maggiore, per concludere in bellezza la tratta.

Costi dei biglietti e modalità d'acquisto

I biglietti sono acquistabili tramite la biglietteria online della Ferrovia Vigezzina-Centovalli e fisicamente nelle stazioni di Locarno, Santa Maria Maggiore e Domodossola. Nei fine settimana e durante i giorni festivi il costo dei biglietti sarà di 51 euro per la prima classe e 42 euro per la seconda classe, mentre nei giorni feriali la prima classe costerà 46 euro e la seconda 36 euro. I ragazzi dai 6 ai 16 anni non compiuti, invece, avranno diritto a uno sconto del 50%. Il biglietto è valido per un solo giorno, ma nel caso di pernottamento in uno dei due capolinea la validità si estende a due giorni. Il biglietto include anche una sosta facoltativa in una delle località attraversate dal treno, effettuabile all'andata o al ritorno. Inoltre, con un supplemento di 4 euro è possibile prenotare il proprio viaggio a bordo di uno dei treni panoramici, modelli più moderni e dotati di vetrate di ampiezza maggiore.

in https://www.fanpage.it/stile-e-trend/viaggi/torna-il-treno-del-foliage-dal-10-ottobre-al-15-novembre-costi-e-tappe-tra-domodossola-e-locarno/

La nuova edizione di TERRAE, in viaggio oltre i luoghi comuni, in programma alla Fiera di Bergamo dal 20 al 22 novembre 2026, si prepara a raccontare un’Italia che cresce attraverso i suoi territori, le comunità e le passioni che li animano.


Salone del Camper. Chiuso a Parma il più importante appuntamento italiano di settore, secondo in Europa

Arte / Nella “Trasfigurazione” Raffaello svela i suoi piani teologici


 Tra Medioevo e Rinascimento, nei cicli di affreschi e nelle pitture, l’arte svolgeva un’efficace funzione di riepilogo culturale della tradizione cristiana. Anche chi non era in grado di accedere direttamente ai testi, osservando le opere che decoravano le pareti e le volte delle chiese, avrebbe potuto usufruire di un ripasso visivo dei passaggi fondamentali della propria fede. Come in ambiente giudaico, sul piano letterario, poteva accadere con le antiche versioni targumiche della Bibbia, anche i ripassi visivi non si limitavano a raffigurare gli eventi narrati nei testi, ma fornivano spunti di pensiero e interpretazione di quegli stessi eventi. L’arte partecipava a suo modo alla trasmissione e alla rielaborazione del testo. Chi oggi, sfilando davanti a queste opere con annoiata tranquillità è ancora in grado di coglierne e salvaguardarne la luce viva?

È quanto si chiede Piero Stefani, biblista, filosofo e profondo conoscitore degli intrecci tra cultura ebraica e cristiana, nel suo recente saggio dedicato all’ultimo capolavoro di Raffaello Sanzio: Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, pagine 104, euro 23,00). Una riflessione appassionata e rigorosa – rigore che peraltro ha sempre contraddistinto la scrittura di Stefani – che ci accompagna, senza tecnicismi e con un’ampia ricognizione dei testi a cui il capolavoro del maestro urbinate fa riferimento, verso il nodo sorprendente di un’opera che può ancora parlare non solo allo studioso d’arte, ma a chiunque sappia davvero nutrire dubbi e porsi interrogativi.
Il saggio muove dall’idea che la fissità dell’immagine pittorica sia da considerarsi una risorsa piuttosto che un limite, poiché offre l’opportunità di “bloccare quanto fu”. In un ritratto, per esempio, ciò si traduce nella possibilità di «fissare per sempre i tratti di un volto», il quale a sua volta, per sempre ci fissa se lo osserviamo; come cercasse il nostro sguardo per avere vita. Infatti, scrive Stefani, gli «occhi di un ritratto non hanno mai visto nulla. Scrutano perché sono scrutati: osservano perché sono osservati. Nei lunghi periodi, specie notturni, in cui nessuno li guarda, la cecità regna sovrana». Sarà il primo visitatore a spezzare l’incantesimo cieco della notte, e a rendere vivo il mondo, anche senza saperlo. L’opera ti cerca, fa quello che Adorno aveva intuito nella scrittura di Kafka: ti scopre mentre le passi davanti. Fronteggiando lo sguardo di un ritratto, scrive ancora Stefani, «ci si domanda chi siamo».
L’autore ci conduce gradualmente a scoprire le implicazioni teologiche di un capolavoro che, lungi dall’illustrare semplicemente un enigmatico passo evangelico, traduce in immagine un vero e proprio sforzo esegetico o, meglio, utilizza la potenzialità dell’immagine per rendere una crucialità – forse una dolorosa contraddizione – che il testo, nella sua vincolata sequenzialità, non poteva restituire in modo così palese. Nei vangeli infatti, l’evento stupefacente e luminoso della trasfigurazione è seguito da un episodio di tutt’altro tenore. Un uomo, invocando la liberazione del figlio posseduto da uno “spirito muto” si prostra davanti Gesù, affermando di essersi prima rivolto ai suoi discepoli, i quali però avevano fallito. Si può intendere che questo fallimento accada mentre sul monte Tabor si svolge l’evento della trasfigurazione. Una simultaneità la cui pregnanza potrebbe sfuggire, data la necessità per la scrittura di disporre gli eventi in una successione, ma che invece trova piena espressione nello spazio pittorico di Raffaello, il quale dispone in alto, sopra il monte, l’evento della trasfigurazione e in basso, ai piedi del monte, il mancato esorcismo. La fissità dell’immagine restituisce l’accadere, l’evento, nel momento in cui si apre al possibile, quando ancora l’esito non è scritto, sebbene nei testi lo sia già. L’opera si fa così pensiero e interrogativo. «Raffaello non dipinge il risanamento. La parte inferiore del quadro testimonia l’assenza di Gesù». Sotto la luce salvifica della trasfigurazione grava l’ombra incerta dell’anti-trasfigurazione della quale tutti noi, nota Stefani, in diversa misura, siamo ancora preda. Chi assiste al dipinto sa come si sono svolti gli eventi e sa anche come il dramma del bambino posseduto verrà risolto a opera di Gesù, ma – almeno per il tempo dello sguardo che si posa sulle due scene sovrapposte – può sentir tremare dentro di sé il dubbio che l’attrito tra i piani produce nella visione. L’intento delle pagine di Stefani è, per suo stesso dire, «indagare perché Raffaello abbia deciso di introdurre nella consolidata raffigurazione a due registri la novità sconvolgente della scena inferiore incentrata sull’anti-trasfigurazione del fanciullo ossesso». Questo “perché” viene da lontano e ancora resiste ad ogni tentativo di edulcorare l’annuncio evangelico; è la lacerazione necessaria di una fede che voglia prendere sul serio la vita degli uomini senza ridursi a pura «espressione idolatrica». Walter Benjamin avrebbe detto: «Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza».
Avvenire

C'è il giallo verdastro dell'agrume simbolo di questa terra, il rosso fuoco del peperoncino e poi l'azzurro di un mare cristallino. Una destinazione perfetta a settembre, nella coda d'estate, fra festival e borghi da scoprire, da Diamante a Orsomarso

 

Giallo verdastro, rosso fuoco, azzurro cristallino. Con la coda dell’estate i colori simbolo della Riviera dei Cedri si fanno più nitidi e intensi: saranno il cielo limpido di settembre, gli agrumi che arrivano a maturazione, il fermento gastronomico del Peperoncino Festival di Diamante - dal 9 al 13 – ma anche il mare che torna a "raffreddarsi" dopo un’estate torrida senza tregua. È l’intreccio di bellezza e piaceri che rende così speciale questo tratto di costa calabrese dell’Alto Tirreno Cosentino, alle pendici del Parco Nazionale del Pollino. Venti minuti d’auto ed è un altro mondo, una fuga “mare e monti”: borghi nascosti e curati, incisioni preistoriche, chiesette bizantine, trekking e rafting sul fiume Lao, negli stretti canyon che serpeggiano in direzione del mare.
La Riviera dei Cedri prende il nome da un agrume utilizzato per dolci, gelati, sciroppi, canditi e marmellate e che si è ritagliato un curioso mercato di nicchia. Ogni anno, infatti, tra luglio e settembre giungono in forze a Santa Maria del Cedro i rabbini delle comunità ebraiche mondiali per selezionare e raccogliere gli esemplari di cedro migliori, scelti accuratamente con una lente d’ingrandimento e spediti ai fedeli di tutto il mondo per le celebrazioni del Sukkoth. È la Festa delle Capanne, dura sette giorni e rievoca agli ebrei il viaggio nel deserto verso la Terra Promessa. I cedri devono essere puri, nati dunque da piante senza innesto, con una buccia “liscia” priva di fori e macchie, pesare tra gli 80 e i 250 grammi e avere una forma che assomigli il più possibile a un cuore. Durante le preghiere del Sukkoth il capo famiglia tiene nella mano sinistra un fascio di rami di mirto, salice e palma, nella mano destra un cedro col peduncolo rivolto in alto (www.museodelcedro.com).
 
Il tema del sacro ricorre poi in tanti murales, come il Cristo di Ozon, che abbelliscono il centro storico di Diamante, un vero paese “dipinto” su un mare da cartolina con vista sull’isolotto mozzafiato di Cirella. Mecca del peperoncino, il fuoco della cucina calabrese, a partire dal 1981 il paese di Diamante è diventato un poco alla volta un museo itinerante a cielo aperto. L’iniziativa nacque su idea del pittore milanese Nani Razzetti e del sindaco dell’epoca, Evasio Pascale. Alla prima edizione furono accolti 83 artisti internazionali. L’iniziativa proseguì col progetto “Muralespanso” e nel 2021 col “Murales40”, che ha richiamato artisti più o meno conosciuti. Fra loro lo street artist napoletano Jorit, che ha realizzato un ritratto di Jean Michel Basquiat, artista di strada americano scomparso nel 1988. E ancora: il padovano Tony Gallo, autore di un’opera onirica sull’amore; il madrileno Kraser, che ha dipinto Mercurio, il messaggero degli Dei; la milanese SteReal, che ha raffigurato una donna mentre intreccia i peperoncini. Belli e d’impatto sono anche i murales dedicati al commissario Mascherpa (2021), protagonista del fumetto della rivista “Poliziamoderna”, di Daniele Bigliardo; quello in stile pop con Superman che bacia una vecchietta, opera di Flavio Solo; e quello un po’ consumato dal tempo dei coniugi ferraresi Michele e Angiolina Sposito, ispirato alla Calabria ancestrale, dalle origini del “Toro di Papasidero” fino alla civiltà contadina e dei pescatori. L’opera, tra le più datate del borgo, è rimasta incompiuta per la scomparsa della coppia. Secondo il disegno originale “a mosaico” avrebbe dovuto occupare l’intera parete della Chiesa Madre, ma seppur incompleta ci apre la strada verso un sito preistorico, la Grotta del Romito, a Papasidero, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino; mezzora di strada. Il riparo, un tempo usato da eremiti, custodisce un masso su cui è inciso il graffito di un grande “toro”. Era il Bos Primigenius, l’uro, un forte bovino estinto del Paleolitico superiore da cui discesero i bovini domestici (www.grottaromito.com). Ma non è l’unica attrazione di questo borgo isolato e arroccato sui canyon del fiume Lao. Il nome di Papasidero deriva dal greco Papàs Isidoros, un monaco bizantino basiliano membro di una comunità che si ispirava alla regola di San Basilio (330-379 d.C.), la cui presenza è testimoniata dal Sentiero del Monaco, dagli affreschi del ‘500-‘600 della Cappella di Santa Sofia (XI-XIII sec) e dal Santuario di Santa Maria di Costantinopoli, la cui facciata è incastonata nella parete a strapiombo sul fiume Lao; meta prediletta degli amanti del rafting.
L’altro borgo incantevole fra gli scorci impervi del Pollino calabrese è Orsomarso, affacciato sulla Riserva Naturale Valle dell’Argentino, un’alternanza di pareti rocciose e piccole valli attraversate dal torrente Argentino, le cui acque limpide dai riflessi argentei spiegano il nome. Alimentato da rigagnoli e cascatelle, scorre per 20 km fino ad affluire nel Lao; quest’ultimo è un fiume a corso perenne di 55 km che nasce col nome di Mercure, in Basilicata, per poi cambiare “identità” in Calabria. Anticamente, il Laus, segnava il confine tra i bruzi “cosentini” e le popolazioni lucane. Dopo le strette gole di Papasidero e passato il grazioso borgo di Orsomarso – che sorge sotto lo sperone-belvedere della Torre dell’Orologio - il fiume si allarga infine in un alveo per poi sfociare a Scalea. E siamo di nuovo nell’azzurro del Tirreno. Pochi chilometri e si apre la vista dell’Arcomagno e dell’Isola Dino, tra Praia a Mare e San Nicola Arcella, un isolotto di 50 ettari con strapiombi di 80 metri e varie grotte. Più volte assaltata dai turchi, nel 1806 divenne la base delle operazioni anglo-borboniche contro i Napoleonici. Nel 1917 un sommergibile tedesco vi affondò un piroscafo inglese, nel ’56 il Comune la diede in concessione e nel ’62 fu venduta a Gianni Agnelli che voleva svilupparla turisticamente con casette-igloo e cottage. Oggi è un sito d’interesse comunitario (Sic), su cui è vietato approdare. Tra gli ultimi a mettervi piede gli attori di Diabolik 3, il film dei Manetti Bros.
Avvenire