Quando i morti tornano a fare festa in Sicilia: i pupi di zucchero, dolci dall'aldilà


 Balarm

Sono un patrimonio culturale che custodisce da secoli la memoria dei defunti, l’affetto familiare, la creatività degli artigiani e il legame tra le generazioni

«I pupi di zucchero che si preparano per la festa dei Morti, quelli impastati con lo zucchero di scarto e grossolano, pittati sul davanti e lisci di dietro… Ogni anno sua madre ne comprava uno solo, per tutti i picciriddi; il sapore era lo stesso, ma il pupo era diverso e oggetto di interminabili discussioni: il cavaliere, il santo, il re. Lo poggiavano su una mensola alta, lontano dalle mani golose: bastava guardarlo per sentire l’acquolina in bocca. Lecca oggi, lecca domani i colori sbiadivano e la pasta di zucchero si assottigliava. Dita e mani erano le prime a scomparire, le braccia diventavano moncherini, cappelli e piumaggio si dileguavano. Pezzo a pezzo il pupo si consumava».

L'atmosfera della tradizione siciliana

La scrittrice Simonetta Agnello Hornby, con questa descrizione restituisce perfettamente l’atmosfera di una tradizione tutta siciliana, la “festa dei morti”. La commemorazione dei defunti, celebrata in Sicilia il 2 novembre, è una ricorrenza ancora oggi molto sentita, soprattutto dai bambini, che attendono con gioia i doni dei propri cari defunti.

Ad acquistare i balocchi sono, naturalmente, nonni, zii e genitori, ma di generazione in generazione si tramanda il racconto secondo cui, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, i morti lasciano le loro paurose dimore e tornano sulla terra per portare doni ai bambini buoni. Tra i dolci più rappresentativi di questa ricorrenza troviamo proprio i pupi di zucchero, chiamati anche pupi di cena, pupaccene o, più semplicemente, cene.

Si tratta di statuette di zucchero che raffigurano cavalieri, re, santi, damine, galletti e agnellini, ma anche, in tempi più recenti, personaggi dei cartoni animati. Queste piccole sculture uniscono il valore simbolico della festa alla creatività e alla maestria dell’artigianato dolciario siciliano. Le parole della Hornby evocano una consuetudine familiare ormai lontana, ma ancora viva nella memoria di molti siciliani: il pupo, inizialmente veniva esposto come un piccolo tesoro da ammirare e veniva consumato lentamente, quasi con rispetto, attraverso assaggi quotidiani che ne cancellavano poco a poco le forme e i colori.

I pupi di zucchero nella storia

Un’antica filastrocca dei bambini recitava: «Chi ti purtaru i morti? / U pupu cu l’anchi torti» (oppure, più propriamente, «cu l’occhi torti», con un possibile riferimento al teatro dell’Opera dei Pupi, nel quale il paladino Orlando viene raffigurato con gli occhi leggermente storti). Giuseppe Pitrè, nel 1881, in Spettacoli e Feste, sottolineava la diffusione dei pupi di zucchero (relativamente economici evidentemente) tra i ceti popolari: «I dolci del basso volgo sono pei Morti i pupi di cena; guerrieri a cavallo, soldati pedoni, signore, trombe, scarpette di zucchero fuso comunemente appellato “cena”».

L’usanza di regalare dolci ai bambini in occasione della Festa dei Morti ha veramente origini molto antiche. Già nel Settecento, il cronista Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca (1720-1802), riferiva dell’abitudine di offrire ai più piccoli le strenne dei defunti. Secondo questa tradizione, nella notte tra l’1 e il 2 novembre i bambini trovavano dolci e altri doni nelle proprie scarpette, come se fossero stati lasciati dalle anime dei loro cari.

L’usanza aveva anche una funzione educativa e religiosa: le madri facevano credere ai figli che i regali provenissero dai defunti, affinché imparassero a ricordarli nelle preghiere. Il Villabianca riconduceva questa consuetudine all’«amore e spirituale devozione delle madri», desiderose di far gustare ai figli i dolci e le paste di zucchero vendute in occasione della commemorazione dei defunti, nelle piazze e nelle fiere allestite davanti alle chiese. Lo stesso Villabianca ci informa che, per la festa dei difonti (defunti), si preparavano dolci a forma «di morti, di scheletri, di ossa, di teschi», venduti abitualmente nelle fiere, lungo le strade e nelle botteghe dei confettieri, dei pasticcieri e dei fruttaioli.

Ancora oggi, del resto, accanto ai pupi di zucchero, si preparano altri dolci tipici della ricorrenza, come i moscardini, chiamati anche crozzi di morto o ossa di morto. Insieme ai tetù, ai taralli, ai pupatelli (o quaresimali) e alla frutta martorana, questi dolci compongono il cosiddetto cannistru, il tradizionale cesto di prelibatezze che, nella cultura siciliana, accompagna la commemorazione dei defunti.

Sull’origine dei pupi di zucchero circola anche una leggenda, priva di fonti storiche accertate, secondo cui questa tradizione sarebbe nata in un paese islamico. Si racconta che nell’Ottocento un nobile arabo, ormai ridotto sul lastrico, si fosse trovato a dover accogliere alcuni ospiti a cena senza avere nulla da offrire loro. Avrebbe preparato una pupa di zucchero, che sarebbe poi stata divisa tra i commensali come pasto.

Da questo episodio deriverebbe il nome pupaccena. L’origine della leggenda potrebbe forse derivare dal fatto che i pupi di zucchero sono diffusi anche in Tunisia, in particolare nella città di Nabeul, dove vengono realizzati in occasione del Capodanno islamico e dei matrimoni. La presenza di dolci antropomorfi in quest’area del Mediterraneo può essere messa in relazione con gli intensi scambi culturali tra la Sicilia e il Nord Africa. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, infatti, numerosi emigrati siciliani si stabilirono in Tunisia, portando con sé usanze e tradizioni della loro terra d’origine.

Attorno ai pupi di zucchero, dolci antropomorfi legati al culto dei defunti, si sono sviluppati nel tempo numerosi studi antropologici, volti a indagare il significato più profondo dei riti e delle tradizioni che accompagnano la commemorazione dei morti. Secondo Mircea Eliade, l’insieme dei doni commestibili che, secondo la credenza popolare, i defunti portano ai bambini nella notte tra l’1 e il 2 novembre potrebbe essere ricondotto a più antichi rituali funerari. In origine, infatti, le offerte alimentari sarebbero state destinate ai morti stessi, mentre i dolci antropomorfi avrebbero potuto rappresentare una forma sostitutiva dei sacrifici umani un tempo dedicati ai defunti. In questa prospettiva si inserisce anche l’interpretazione di Antonino Buttitta, che individua un duplice significato nella strenna del 2 novembre.

Da una parte, essa rappresenterebbe un’offerta alimentare alle anime dei defunti; dall’altra, costituirebbe un esempio di patrofagia simbolica, ossia di un consumo rituale che assume il significato di un legame tra i vivi e i morti. Le statuette di zucchero, infatti, raffigurerebbero simbolicamente gli stessi defunti e, cibandosene, i bambini parteciperebbero a un rituale di assimilazione e continuità con chi non c’è più. Come osserva Buttitta: «Destinatari ideali dei riti offertori sono i defunti, chi effettivamente ne gode sono i bambini».Il significato profondo di questo rito risiederebbe, dunque, nel superamento simbolico dell’opposizione tra vita e morte.

Come si preparano

Come si preparano i Pupi di zucchero? La preparazione di statuette e sculture di zucchero risale almeno al Rinascimento, quando sulle tavole di principi, re e papi comparivano i cosiddetti trionfi di zucchero: elaborate sculture effimere destinate a stupire gli ospiti durante banchetti e occasioni solenni. La lavorazione artigianale dei pupi di zucchero continua ancora oggi, soprattutto a Palermo, dove i maestri pasticcieri realizzano statuette ispirate al teatro dell’Opera dei Pupi, ma anche damine, animali, figure religiose e personaggi contemporanei.

Il procedimento è piuttosto complesso: lo zucchero semolato mescolato all’acqua viene portato a ebollizione in grandi pentole di rame, chiamate "puzzunieddi", fino a raggiungere la temperatura necessaria - indicativamente a 130 °C -. Viene versato rapidamente negli stampi. Una volta riempiti, gli stampi vengono svuotati dello zucchero in eccesso, in modo da lasciare all’interno della statuetta una cavità che la rende più leggera e consente di ridurre la quantità di materia prima utilizzata.

Quando lo zucchero si è raffreddato e solidificato, le figure vengono estratte dagli stampi. Si procede quindi alla rimozione delle eventuali parti superflue e alla rifinitura della base, detta pedana, che serve a garantire stabilità alla statuetta. Segue la fase della decorazione, forse la più delicata e creativa dell’intero procedimento.

Ogni pupo viene dipinto a mano con colori alimentari, prestando particolare attenzione ai dettagli e rispettando i necessari tempi di asciugatura. È proprio attraverso la decorazione che le figure acquistano personalità: i colori, i lineamenti del viso, gli abiti e gli ornamenti trasformano una semplice forma di zucchero in un piccolo personaggio. In passato, la cosiddetta impupata prevedeva anche l’aggiunta di carta colorata, stagnola, merletti e palline decorative, utilizzati per arricchire ulteriormente le statuette.

Oggi, per rispettare le normative in materia alimentare, la decorazione viene realizzata principalmente attraverso la colorazione della superficie e l'impiego di materiali idonei.

Le figure più elaborate possono richiedere settimane di lavoro e raggiungere dimensioni considerevoli, diventando vere e proprie opere di artigianato dolciario. I pupi di zucchero rappresentano, dunque, molto più di una specialità della gastronomia siciliana.

Sono un patrimonio culturale che custodisce da secoli la memoria dei defunti, l’affetto familiare, la creatività degli artigiani e il legame profondo tra le generazioni.

I Quadroni di San Carlo del Duomo di Milano in restauro: l'intervento durerà sei anni

 
Avvenire

A partire da questo inverno, per la prima volta nella storia del Duomo di Milano, i Quadroni di San Carlo non saranno visibili al pubblico. E non lo saranno per i prossimi sei anni: questa la durata del maxi restauro del ciclo dei teleri più grandi, ventisei in tutto, dipinti in un arco di tempo che va da inizio ’600 alla fine del secolo, e che da tempo necessitavano di un intervento urgente. Anche perché, in questi circa 400 anni sono sempre stati movimentati ogni anno, su e giù per le navate, per essere esposti a partire dal 4 novembre, festa di San Carlo, fino all’Epifania seguente, per essere poi ricollocati nei depositi. Spostamenti continui che hanno creato problemi a queste colossali tele con gli episodi della vita di Carlo Borromeo: larghe sei metri e altre quattro metri e 75 centimetri, furono dipinte a tempera su supporti sottilissimi di pochi millimetri, proprio per risultare leggere e facilmente innalzabili lungo le navate del Duomo. Sei i pittori che si alternarono nell'impresa: dai più famosi Giovanni Battista Crespi detto il Cerano o Giulio Cesare Procaccini, ai meno noti Paolo Camillo Landriani e Domenico Pellegrini.

Il cantiere, partito a metà luglio, è stato presentato in questi giorni, prima della festività di San Carlo: il costo complessivo è di circa tre milioni di euro, grazie anche al sostegno di Intesa Sanpaolo. Si tratta di un progetto lungo e complesso, che vede al lavoro due imprese di restauratori impegnate in contemporanea in due laboratori nel cantiere Marmisti della Veneranda Fabbrica del Duomo in zona Certosa, periferia nord della città. È qui che vengono riparate - e riprodotte - statue e guglie della cattedrale di Milano: la sede è stata scelta proprio perché i grandi capannoni consentono di ospitare le enormi tele durante le varie fasi dell’intervento, che ne vede portate qui due alla volta. Attualmente i restauratori sono al lavoro sulle prime due, messe a terra: San Carlo vende il principato d’Oria del Cerano, uno dei più antichi e importanti (dipinto nel 1602) e L’ingresso di San Carlo a Milano di Filippo Abbiati, uno degli ultimi, del 1680 (dove si vede un pezzo di facciata del Duomo). Ogni tela richiederà quattro mesi di lavoro: poi verrà montata in verticale su una nuova struttura di sostegno e, dopo un altro mese, sarà riportata in Duomo e sostituita da un’altra, in una serrata catena di montaggio che si concluderà nel 2032. Per esigenze tecniche legate all’avanzamento dei lavori, la Veneranda Fabbrica favorirà il progressivo ritorno in cattedrale delle opere restaurate, che potranno essere nuovamente esposte per periodi limitati, man mano che le diverse fasi dell’intervento verranno completate.
I lavori sono quindi solo all’inizio. Dai primi restauri sono già emerse alcune figurine minori e sono state rimosse le ridipinture dell’ultimo restauro, avvenuto nel corso degli anni ‘50 del secolo scorso. La novità di questo intervento, però, è un’altra: la realizzazione di un nuovo sistema di sostegno che include la sostituzione degli attuali telai con nuovi in alluminio a molle che consentiranno di agevolare le operazioni di movimentazione e appensione dei dipinti, migliorando così il loro stato di conservazione.
Una curiosità: c’è una seconda serie di altri 26 Quadroni più “piccoli” (si fa per dire: misurano quattro metri e mezzo per due e mezzo) dipinti sempre all'inizio del 1600 dagli stessi artisti (più alcuni nuovi) e raffiguranti I miracoli di San Carlo, che vengono da sempre esposti sotto ai più grandi. Erano già stati restaurati da Pinin Brambilla intorno al 2000 e sono ancora in buone condizioni, ma per motivi logistici si è scelto di tenerli in deposito, in attesa di riesporli insieme con gli altri.

Masi e Törggelen: l'autunno di gusto nell'Alto Adige

 
Avvenire

C’è una tradizione altoatesina chiamata Törggelen, che unisce amici e familiari davanti alla stube del maso per gustare vino novello, mangiare castagne arrostite e prodotti appena raccolti dal contadino. Questo rito conviviale nasce nelle cantine dei masi, antiche aziende agricole familiari tipiche dell’Alto Adige, e, con il tempo, all’assaggio del vino nuovo si affiancò un pasto sempre più ricco, a base di prodotti tipici. Il Törggelen è una delle proposte dei masi di Gallo Rosso, la rete di 1600 strutture che valorizza il rapporto tra ospitalità e territorio, nel pieno rispetto della cultura e dell’identità altoatesine. Le realtà che possono fregiarsi dei “fiori” del riconoscimento Gallo Rosso sono selezionate sulla base di requisiti specifici e di qualità: un massimo di otto stanze per gli ospiti, con una forte presenza di legno negli arredi, la produzione di prodotti caseari in loco e la stube, sono solo alcuni degli elementi che vengono ritenuti imprescindibili (sul portale gallorosso.it tutti gli indirizzi e le proposte).
Lo scopo principale dell’associazione è avvicinare le persone allo stile di vita degli agricoltori altoatesini, ma anche sostenere i contadini dei masi nello sviluppo di attività oltre la coltivazione dei campi e l’allevamento. Molti agriturismi nati a gestione familiare oggi sono in mano ai figli degli agricoltori che hanno deciso di proseguire quanto fatto dai genitori.
Tra i masi di nuova generazione c’è il Grieserhof di Nalles. L’anima del progetto è Judith Mathà, che guida la struttura da dieci anni ed è conosciuta come l’Ambasciatrice della mela, lavorando in prima persona ogni giorno nel meleto insieme al padre. Poco distante, si trova l’agriturismo Streidacherfof sul Renon, dove Daniel Rottensteiner rappresenta la quarta generazione nella gestione del maso aperto nel 1924. Dopo essersi dedicati all’allevamento per decenni, la famiglia ha saputo reinventarsi puntando sulla coltivazione di mele e ciliegie e su un’accoglienza adeguata ai viaggiatori di oggi. Al Grotthof di Nova Ponente convivono tre generazioni della famiglia Pichler in un maso risalente al XII secolo, sopravvissuto a incendi e ristrutturazioni. Anche qui, ogni membro della famiglia ha il suo compito. Il valore aggiunto di un’esperienza in un maso si trova proprio nel rapporto umano tra ospiti e gestori: si condividono momenti di famiglia, un falò con le caldarroste, un bicchiere di vin brulé. Momenti autentici che nessuna guida turistica sarebbe in grado di replicare.

Couture: il volto più umano dietro l’illusione della moda parigina


Nel film “Couture”, Alice Winocour svela il dietro le quinte dell’alta moda ponendo a contrasto l’illusione della perfezione estetica con la fragilità della vita reale. Attraverso il dramma di una regista interpretata da Angelina Jolie, colpita da un’improvvisa malattia alla vigilia di una sfilata, l’opera intreccia storie al femminile di rara intensità. Un viaggio profondo tra realtà finzione, che rivela il volto più umano dietro l’illusione della moda parigina

di Domenico Casoria

Nel panorama contemporaneo, la rappresentazione dell’alta moda rischia spesso di rimanere imbrigliata nell’estetica della superficie. Con “Couture”, la regista francese Alice Winocour sceglie invece di addentrarsi nel backstage parigino per scardinare l’illusione della perfezione e raccontare la vulnerabilità dei corpi.

L’illusione della moda parigina

La vicenda ruota attorno a Maxine, cineasta americana di horror indipendenti ingaggiata da una celebre maison per dirigere il cortometraggio che aprirà la sfilata. Interpretata da una rigorosa Angelina Jolie, la protagonista si muove in un ambiente regolato da simmetria, disciplina e controllo maniacale dei dettagli. Tuttavia, proprio mentre cerca di orchestrare l’immagine altrui, la sua stessa esistenza sfugge a qualsiasi regia a causa di un’improvvisa diagnosi di tumore al seno.

E la scoperta della realtà

Il film evita le trappole del melodramma incentrato sulla malattia, preferendo esplorare la perdita di controllo su un piano concettuale ed esistenziale. In una delle sequenze più intense, Maxine dialoga con Anton, il direttore della fotografia interpretato da Louis Garrel, interrogandosi sulla responsabilità di ciò che ci accade. Che diventa la chiave di lettura dell’intera opera. La regia della Winocour lavora sui non detti, sugli sguardi sospesi e sul contrasto stridente tra un corpo medico da riparare e i corpi perfetti destinati alla passerella. L’imprevisto irrompe nel copione della vita, costringendo la protagonista a misurarsi con il limite invalicabile tra la finzione del set e la realtà biologica. La struttura narrativa si sviluppa comunque in forma corale, intrecciando al percorso di Maxine le storie di altre due figure che popolano l’universo della sfilata. Da un lato c’e Ada, giovane modella sud sudanese interpretata dall’esordiente Anyier Anei, divisa tra le dinamiche spietate delle passerelle europee e i richiami della terra d’origine. Dall’altro Angèle, la truccatrice dal volto di Ella Rumpf, anima insofferente e aspirante scrittrice che osserva il circo mediatico con amara lucidità. Accanto a un cast solido che vede anche la presenza di Vincent Lindon nei panni del medico, la pellicola costruisce una rete di complicità al femminile capace di unire figure lontane attraverso un comune senso di precarietà.

Ricucire come atto

Il titolo racchiude insomma una metafora sartoriale raffinata. Couture non e soltanto l’alta moda, ma il processo più o meno lungo, sempre però doloroso, di rimarginazione delle ferite umane. La macchina da presa si sofferma anche sulle sarte, sulle maestranze e sulla fatica reale che precede l’effimero splendore dello show. Una riflessione lucida e composta sul senso dell’imprevisto. Sulla la ricerca dell’autenticità anche nel luogo in cui l’apparenza sembra dominare su tutto.

Benvenuti a Luogosanto, porta di una Sardegna mistica e rurale

 


Avvenire

Il santuario di Nostra Signora di Luogosanto è il simbolo della religiosità popolare della Gallura
© G.Matarazzo


«Andemo a spunì a Locusantu». Dicevano così, una volta, i contadini e gli allevatori della Gallura, nel nord della Sardegna, a pochi chilometri dalle spiagge di Santa Teresa e Palau, con La Maddalena all’orizzonte. Lasciavano gli stazzi di campagna, le case e le tenute agricole per rientrare in paese, a Luogosanto, per la Festa Manna di Gaddura. Una tradizione che da secoli si celebra in onore della Madonna, Regina della Gallura, l’8 settembre, giorno della Natività di Maria. Ogni sette anni, come accade nel 2026, la festa acquista un significato ancora più solenne con l’apertura della Porta Santa nella basilica-santuario di Nostra Signora di Locusantu, nella diocesi di Tempio - Ampurias. Una soglia inedita che fedeli e pellegrini potranno attraversare fino al 7 settembre 2027. Una devozione che unisce tutte le generazioni nel tempo e fa di questo piccolo borgo dell’interno della Sardegna un punto di riferimento per la spiritualità di tutta l’isola. «Venire qui – dice il parroco, don Roberto Aversano – significa ripercorrere le orme della fede di migliaia di pellegrini, che hanno scelto il nostro paese per deporre ai piedi della Madonna Regina di Gallura preghiere, suppliche, desideri e ringraziamenti».
In quel verbo gallurese, spunì - fermarsi, trattenersi - c’è forse l’essenza di questa terra. A Luogosanto si tornava dai parenti, ci si fermava per la novena, si condividevano i giorni della festa. Il paese diventava casa per tutta la Gallura. Lo era una volta, lo è ancora oggi in questo centro di circa 1.400 abitanti dove si può scoprire una Sardegna da vivere con tempi analogici, disconnessi, metaforicamente e realmente, da un mondo che corre sempre più veloce. E poi c’è il nome, Luogosanto. Nomen omen: oltre al santuario mariano, il territorio custodisce uno dei primi conventi francescani dell’isola, un eremo dalle origini antiche e ventidue chiese campestri. «A Luogosanto – racconta il sindaco Agostino Pirredda – c’è un patrimonio di fede, di storia e di identità che abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduto e che abbiamo il dovere di custodire, tutelare e tramandare».
La tradizione attribuisce ai primi francescani giunti in Sardegna la fondazione del santuario mariano, nel 1218. Storia e leggenda si intrecciano nel racconto di Nicola e Trano, due santi anacoreti che avrebbero scelto questi rilievi granitici per vivere in preghiera tra il IV e il V secolo. La loro memoria si perse nei secoli, finché la Madonna sarebbe apparsa a due frati in Terrasanta, indicandogli di raggiungere l’«isola petrosa», recarsi nel Capo soprano, per erigere lì dove erano stati sepolti i due eremiti, tre chiese: una per ogni santo e una per la Beata Vergine Maria. I francescani avrebbero rinvenute le reliquie sotto una grande roccia e, proprio lì, nel 1227, sarebbe sorto il santuario dedicato ai santi. La grotta che si apre fra gli spuntoni granitici è ancora oggi parte dell’eremo di san Trano e san Nicolò, a due chilometri dal paese. Attorno, il silenzio e una vista incredibile a 360° che nelle giornate limpide raggiunge le Bocche di Bonifacio.
Nel cuore del borgo, la basilica di Nostra Signora di Locusantu conserva la statua lignea della Madonna, venerata come Regina di Gallura. Anche attorno al simulacro della Vergine bambina si tramanda una storia: sarebbe stato portato dal mare e arrivato a Luogosanto in groppa a dei buoi che, giunti qui, si sarebbero fermati senza volersi più muovere. La statua, con un abito dai ricami preziosi, restituisce anche il valore identitario che i costumi hanno sempre avuto nella cultura locale. Il privilegio della Porta Santa, concesso nel Settecento, è diventato poi il segno distintivo del santuario: un tempo la soglia, accanto al portone principale, era murata; dagli anni Settanta è una porta bronzea, opera dello scultore Luca Luchetti. Nel vicino ex convento francescano, il Museum conserva gioielli ed ex voto donati alla Madonna, statue e testimonianze della storia religiosa e civile gallurese.
Luogosanto sorge ai piedi di tre cime (Monti Casteddu, Monti Juanni e Monti Ruju), in un parco dove si trova anche un sito nuragico molto importante, la cosiddetta «capanna delle riunioni», che si raggiunge con una facile passeggiata in salita partendo direttamente dalla piazza. Da qui lo sguardo si allarga su un territorio in cui le testimonianze del passato affiorano tra boschi, pascoli, sugherete e tafoni, spettacolari cavità naturali nella roccia granitica formate dall’erosione. Mentre chiese campestri e gli eremi compongono una geografia della fede che dialoga con la vita rurale.
È un’altra Sardegna, fuori dalle rotte più battute, che si scopre lungo gli itinerari di “Noi camminiamo in Sardegna”, il progetto dell’assessorato regionale al Turismo che valorizza cammini e destinazioni di pellegrinaggio. Luogosanto è una delle mete religiose dell’isola e, insieme, un crocevia di percorsi: dal Sentiero Italia del Cai al Cammino di Santu Jacu, dedicato a san Giacomo, fino alla Via dei Santuari, che ripercorre le antiche strade della devozione popolare. Collegando i diversi tracciati locali si può costruire un anello di circa 16 chilometri, tra chiese, siti medievali e punti panoramici. Sul monte San Leonardo si sale attraverso un sentiero con circa cinquecento gradini di pietra che portano ai ruderi del castello di Balaiana e alla piccola chiesa romanica. Poco lontano, il palazzo di Baldu e i resti della villa medievale di Sent Steva. Una sosta alla sughera monumentale di Crisciuleddu, con i suoi oltre tre secoli di vita, aiuta a capire poi quanta storia possa esserci anche in un tappo di bottiglia.
Quelle del Vermentino di Gallura, che qui si magnifica (è l’unica Docg della Sardegna) grazie a un microclima che dà alle uve caratteristiche uniche. È da Siddùra che si possono assaggiare alcuni dei Vermentini più premiati d’Italia, come Spèra e Maìa. La cantina, nata nel 2008 per volere di un imprenditore tedesco folgorato da questa terra, Nathan Gottesdiener, racconta una viticoltura di grande qualità e rispetto dell’ambiente. Ma i produttori sono tanti e autentici, da Piero Mancini ad Araona. Come andando verso Arzachena, ci sono Capichera e Surrau. Profumi e passione per la terra si ritrovano anche alla Tenuta Tresserri, una country retreat dove Riccardo Pirina coltiva e distilla piante aromatiche e officinali, come lavanda ed elicriso, e produce miele e derivati grazie ad apiari immersi nella macchia. È una Gallura di terra che sperimenta nuove forme di accoglienza e di racconto: le opere diffuse nella tenuta, realizzate per la rassegna “Mistica natura” promossa da Donatella Ceria, sono un viaggio nel viaggio. Un invito a fermarsi e a pensare.
E poi c’è la tavola, dove la memoria si fa sapore. La zuppa gallurese, preparata con pane, brodo di carne e formaggio, e la mazza frissa, a base di panna e semola, sono piatti della tradizione contadina che accompagnano ancora le feste e le occasioni di incontro. Si possono assaggiare in centro, fra case di pietra e facciate colorate, nella terrazza del DiVinum, un ristorante davvero “alternativo” collegato alla Bottega dei Sapori. Una cucina semplice e di carattere, nata dagli ingredienti disponibili e in un clima conviviale tipico degli stazzi.
La Porta Santa di Luogosanto è a pochi passi, aperta per un anno, ma l’invito ad attraversare questa soglia non ha tempo e scadenze. La porta di Luogosanto è sempre aperta. Con la possibilità di sostare, lasciandosi alle spalle i luccichii delle spiagge, in strutture che richiamano lo stile di una volta, dall’ospitalità di charme del Gallicantu Retreat a quella più semplice dell’agriturismo Quercia della Gallura o di uno dei B&b del centro, come Rotareddu, una vera chicca. Così il legame fra chi arriva e chi qui abita si rinnova. Come un tempo i galluresi, quando tornavano in paese per la festa. Andemo a spunì a Locusantu.

Reggio Emilia / Palazzo Magnani: i nuovi spazi

 

Palazzo Magnani si prepara a riaprire dopo il lungo restauro: troverete un palazzo più accessibile, coinvolgente e aperto alla città.


Il progetto di rinnovamento, finanziato dalla Provincia di Reggio Emilia (proprietaria dello stabile), da Fondazione Palazzo Magnani e con un contributo della Regione Emilia-Romagna (bando L.R. 7/2020), è stato affidato tramite concorso allo studio Mattia Parmiggiani Architects di Modena.

L’obiettivo era valorizzare l’architettura originale del palazzo offrendo soluzioni allestitive che potessero integrare i sistemi tradizionali con nuove tecnologie, ma anche rendere gli ambienti più accessibili e utilizzare materiali sostenibili per ridurre l’impatto ambientale.


Il piano terra è dedicato ad esperienze differenti, immersive, sociali e di aggregazione a disposizione della città. 
Sono stati eliminati i dislivelli per renderlo completamente accessibile e sono state introdotte alcune novità: una Open Lounge che offre al pubblico uno spazio libero in cui fermarsi, leggere e consultare i cataloghi; una nuova aula didattica per accogliere scuole, famiglie e bambini, anche da zero a tre anni e una sala ibrida che potrà accogliere incontri e conferenze ma anche progetti speciali.


Le sale espositive si concentrano al primo piano dove, oltre al nuovo allestimento, è stato rifatto l'impianto di illuminazione, che valorizza sia le opere esposte che i soffitti originali.


Infine il restauro della facciata ha permesso di riscoprire la finitura storica risalente alla metà dell’Ottocento, epoca in cui la facciata del palazzo, di origine cinquecentesca, fu restaurata nelle forme neoclassiche che ancora oggi la caratterizzano: una tonachina a base di cocciopesto lavorata "a fresco", di una luminosa tonalità rosso mattone.

Il restauro ha permesso inoltre di riportare pienamente alla lettura il fregio in cotto collocato sotto il cornicione.

È in fase di ultimazione anche il consolidamento del balconcino monumentale con elementi in marmo scolpiti a mano.


Palazzo Magnani diventa così sempre più un luogo da vivere, oltre che da visitare.


Fonte Comunicato Stampa