Arte / Nella “Trasfigurazione” Raffaello svela i suoi piani teologici


 Tra Medioevo e Rinascimento, nei cicli di affreschi e nelle pitture, l’arte svolgeva un’efficace funzione di riepilogo culturale della tradizione cristiana. Anche chi non era in grado di accedere direttamente ai testi, osservando le opere che decoravano le pareti e le volte delle chiese, avrebbe potuto usufruire di un ripasso visivo dei passaggi fondamentali della propria fede. Come in ambiente giudaico, sul piano letterario, poteva accadere con le antiche versioni targumiche della Bibbia, anche i ripassi visivi non si limitavano a raffigurare gli eventi narrati nei testi, ma fornivano spunti di pensiero e interpretazione di quegli stessi eventi. L’arte partecipava a suo modo alla trasmissione e alla rielaborazione del testo. Chi oggi, sfilando davanti a queste opere con annoiata tranquillità è ancora in grado di coglierne e salvaguardarne la luce viva?

È quanto si chiede Piero Stefani, biblista, filosofo e profondo conoscitore degli intrecci tra cultura ebraica e cristiana, nel suo recente saggio dedicato all’ultimo capolavoro di Raffaello Sanzio: Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello (Pazzini Editore, pagine 104, euro 23,00). Una riflessione appassionata e rigorosa – rigore che peraltro ha sempre contraddistinto la scrittura di Stefani – che ci accompagna, senza tecnicismi e con un’ampia ricognizione dei testi a cui il capolavoro del maestro urbinate fa riferimento, verso il nodo sorprendente di un’opera che può ancora parlare non solo allo studioso d’arte, ma a chiunque sappia davvero nutrire dubbi e porsi interrogativi.
Il saggio muove dall’idea che la fissità dell’immagine pittorica sia da considerarsi una risorsa piuttosto che un limite, poiché offre l’opportunità di “bloccare quanto fu”. In un ritratto, per esempio, ciò si traduce nella possibilità di «fissare per sempre i tratti di un volto», il quale a sua volta, per sempre ci fissa se lo osserviamo; come cercasse il nostro sguardo per avere vita. Infatti, scrive Stefani, gli «occhi di un ritratto non hanno mai visto nulla. Scrutano perché sono scrutati: osservano perché sono osservati. Nei lunghi periodi, specie notturni, in cui nessuno li guarda, la cecità regna sovrana». Sarà il primo visitatore a spezzare l’incantesimo cieco della notte, e a rendere vivo il mondo, anche senza saperlo. L’opera ti cerca, fa quello che Adorno aveva intuito nella scrittura di Kafka: ti scopre mentre le passi davanti. Fronteggiando lo sguardo di un ritratto, scrive ancora Stefani, «ci si domanda chi siamo».
L’autore ci conduce gradualmente a scoprire le implicazioni teologiche di un capolavoro che, lungi dall’illustrare semplicemente un enigmatico passo evangelico, traduce in immagine un vero e proprio sforzo esegetico o, meglio, utilizza la potenzialità dell’immagine per rendere una crucialità – forse una dolorosa contraddizione – che il testo, nella sua vincolata sequenzialità, non poteva restituire in modo così palese. Nei vangeli infatti, l’evento stupefacente e luminoso della trasfigurazione è seguito da un episodio di tutt’altro tenore. Un uomo, invocando la liberazione del figlio posseduto da uno “spirito muto” si prostra davanti Gesù, affermando di essersi prima rivolto ai suoi discepoli, i quali però avevano fallito. Si può intendere che questo fallimento accada mentre sul monte Tabor si svolge l’evento della trasfigurazione. Una simultaneità la cui pregnanza potrebbe sfuggire, data la necessità per la scrittura di disporre gli eventi in una successione, ma che invece trova piena espressione nello spazio pittorico di Raffaello, il quale dispone in alto, sopra il monte, l’evento della trasfigurazione e in basso, ai piedi del monte, il mancato esorcismo. La fissità dell’immagine restituisce l’accadere, l’evento, nel momento in cui si apre al possibile, quando ancora l’esito non è scritto, sebbene nei testi lo sia già. L’opera si fa così pensiero e interrogativo. «Raffaello non dipinge il risanamento. La parte inferiore del quadro testimonia l’assenza di Gesù». Sotto la luce salvifica della trasfigurazione grava l’ombra incerta dell’anti-trasfigurazione della quale tutti noi, nota Stefani, in diversa misura, siamo ancora preda. Chi assiste al dipinto sa come si sono svolti gli eventi e sa anche come il dramma del bambino posseduto verrà risolto a opera di Gesù, ma – almeno per il tempo dello sguardo che si posa sulle due scene sovrapposte – può sentir tremare dentro di sé il dubbio che l’attrito tra i piani produce nella visione. L’intento delle pagine di Stefani è, per suo stesso dire, «indagare perché Raffaello abbia deciso di introdurre nella consolidata raffigurazione a due registri la novità sconvolgente della scena inferiore incentrata sull’anti-trasfigurazione del fanciullo ossesso». Questo “perché” viene da lontano e ancora resiste ad ogni tentativo di edulcorare l’annuncio evangelico; è la lacerazione necessaria di una fede che voglia prendere sul serio la vita degli uomini senza ridursi a pura «espressione idolatrica». Walter Benjamin avrebbe detto: «Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza».
Avvenire

C'è il giallo verdastro dell'agrume simbolo di questa terra, il rosso fuoco del peperoncino e poi l'azzurro di un mare cristallino. Una destinazione perfetta a settembre, nella coda d'estate, fra festival e borghi da scoprire, da Diamante a Orsomarso

 

Giallo verdastro, rosso fuoco, azzurro cristallino. Con la coda dell’estate i colori simbolo della Riviera dei Cedri si fanno più nitidi e intensi: saranno il cielo limpido di settembre, gli agrumi che arrivano a maturazione, il fermento gastronomico del Peperoncino Festival di Diamante - dal 9 al 13 – ma anche il mare che torna a "raffreddarsi" dopo un’estate torrida senza tregua. È l’intreccio di bellezza e piaceri che rende così speciale questo tratto di costa calabrese dell’Alto Tirreno Cosentino, alle pendici del Parco Nazionale del Pollino. Venti minuti d’auto ed è un altro mondo, una fuga “mare e monti”: borghi nascosti e curati, incisioni preistoriche, chiesette bizantine, trekking e rafting sul fiume Lao, negli stretti canyon che serpeggiano in direzione del mare.
La Riviera dei Cedri prende il nome da un agrume utilizzato per dolci, gelati, sciroppi, canditi e marmellate e che si è ritagliato un curioso mercato di nicchia. Ogni anno, infatti, tra luglio e settembre giungono in forze a Santa Maria del Cedro i rabbini delle comunità ebraiche mondiali per selezionare e raccogliere gli esemplari di cedro migliori, scelti accuratamente con una lente d’ingrandimento e spediti ai fedeli di tutto il mondo per le celebrazioni del Sukkoth. È la Festa delle Capanne, dura sette giorni e rievoca agli ebrei il viaggio nel deserto verso la Terra Promessa. I cedri devono essere puri, nati dunque da piante senza innesto, con una buccia “liscia” priva di fori e macchie, pesare tra gli 80 e i 250 grammi e avere una forma che assomigli il più possibile a un cuore. Durante le preghiere del Sukkoth il capo famiglia tiene nella mano sinistra un fascio di rami di mirto, salice e palma, nella mano destra un cedro col peduncolo rivolto in alto (www.museodelcedro.com).
 
Il tema del sacro ricorre poi in tanti murales, come il Cristo di Ozon, che abbelliscono il centro storico di Diamante, un vero paese “dipinto” su un mare da cartolina con vista sull’isolotto mozzafiato di Cirella. Mecca del peperoncino, il fuoco della cucina calabrese, a partire dal 1981 il paese di Diamante è diventato un poco alla volta un museo itinerante a cielo aperto. L’iniziativa nacque su idea del pittore milanese Nani Razzetti e del sindaco dell’epoca, Evasio Pascale. Alla prima edizione furono accolti 83 artisti internazionali. L’iniziativa proseguì col progetto “Muralespanso” e nel 2021 col “Murales40”, che ha richiamato artisti più o meno conosciuti. Fra loro lo street artist napoletano Jorit, che ha realizzato un ritratto di Jean Michel Basquiat, artista di strada americano scomparso nel 1988. E ancora: il padovano Tony Gallo, autore di un’opera onirica sull’amore; il madrileno Kraser, che ha dipinto Mercurio, il messaggero degli Dei; la milanese SteReal, che ha raffigurato una donna mentre intreccia i peperoncini. Belli e d’impatto sono anche i murales dedicati al commissario Mascherpa (2021), protagonista del fumetto della rivista “Poliziamoderna”, di Daniele Bigliardo; quello in stile pop con Superman che bacia una vecchietta, opera di Flavio Solo; e quello un po’ consumato dal tempo dei coniugi ferraresi Michele e Angiolina Sposito, ispirato alla Calabria ancestrale, dalle origini del “Toro di Papasidero” fino alla civiltà contadina e dei pescatori. L’opera, tra le più datate del borgo, è rimasta incompiuta per la scomparsa della coppia. Secondo il disegno originale “a mosaico” avrebbe dovuto occupare l’intera parete della Chiesa Madre, ma seppur incompleta ci apre la strada verso un sito preistorico, la Grotta del Romito, a Papasidero, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino; mezzora di strada. Il riparo, un tempo usato da eremiti, custodisce un masso su cui è inciso il graffito di un grande “toro”. Era il Bos Primigenius, l’uro, un forte bovino estinto del Paleolitico superiore da cui discesero i bovini domestici (www.grottaromito.com). Ma non è l’unica attrazione di questo borgo isolato e arroccato sui canyon del fiume Lao. Il nome di Papasidero deriva dal greco Papàs Isidoros, un monaco bizantino basiliano membro di una comunità che si ispirava alla regola di San Basilio (330-379 d.C.), la cui presenza è testimoniata dal Sentiero del Monaco, dagli affreschi del ‘500-‘600 della Cappella di Santa Sofia (XI-XIII sec) e dal Santuario di Santa Maria di Costantinopoli, la cui facciata è incastonata nella parete a strapiombo sul fiume Lao; meta prediletta degli amanti del rafting.
L’altro borgo incantevole fra gli scorci impervi del Pollino calabrese è Orsomarso, affacciato sulla Riserva Naturale Valle dell’Argentino, un’alternanza di pareti rocciose e piccole valli attraversate dal torrente Argentino, le cui acque limpide dai riflessi argentei spiegano il nome. Alimentato da rigagnoli e cascatelle, scorre per 20 km fino ad affluire nel Lao; quest’ultimo è un fiume a corso perenne di 55 km che nasce col nome di Mercure, in Basilicata, per poi cambiare “identità” in Calabria. Anticamente, il Laus, segnava il confine tra i bruzi “cosentini” e le popolazioni lucane. Dopo le strette gole di Papasidero e passato il grazioso borgo di Orsomarso – che sorge sotto lo sperone-belvedere della Torre dell’Orologio - il fiume si allarga infine in un alveo per poi sfociare a Scalea. E siamo di nuovo nell’azzurro del Tirreno. Pochi chilometri e si apre la vista dell’Arcomagno e dell’Isola Dino, tra Praia a Mare e San Nicola Arcella, un isolotto di 50 ettari con strapiombi di 80 metri e varie grotte. Più volte assaltata dai turchi, nel 1806 divenne la base delle operazioni anglo-borboniche contro i Napoleonici. Nel 1917 un sommergibile tedesco vi affondò un piroscafo inglese, nel ’56 il Comune la diede in concessione e nel ’62 fu venduta a Gianni Agnelli che voleva svilupparla turisticamente con casette-igloo e cottage. Oggi è un sito d’interesse comunitario (Sic), su cui è vietato approdare. Tra gli ultimi a mettervi piede gli attori di Diabolik 3, il film dei Manetti Bros.
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Applausi per “Le nozze di Figaro” al Teatro dell’Opera di Roma

 

Erano attese Le nozze di Figaro di Mozart all’Opera di Roma. Per almeno due motivi: il debutto di Emmanuel Tjeknavorian al teatro Costanzi, la bacchetta 31enne “pop” che ha ammaliato il pubblico come direttore dell’Orchestra Sinfonica di Milano e che lo scorso anno ha vinto il Premio Abbiati come miglior direttore; e l’arrivo in Italia, per la prima volta, del rinomato allestimento del regista tedesco Claus Guth creato nel 2006 per il 250° anniversario della nascita di Mozart.

Attese che non vengono deluse, soprattutto dal punto di vista musicale: per la precisione e la freschezza dell’approccio di Tjeknavorian; per il cast – in realtà doppio cast – che sale sul palcoscenico della Capitale e che conquista e convince. Invece, nonostante gli applausi per Guth giunto in Italia per la prima romana, la sua produzione mostra i venti anni che possiede e non ha più quel tocco provocatorio e innovativo che era stato la sua cifra e che aveva fatto discutere. Teatro esaurito per l’esordio della produzione che ha riaperto la stagione del Costanzi dopo la pausa estiva. E quasi al completo per le repliche in cartellone fino a mercoledì prossimo.
Il primo trionfatore è il maestro nato in una famiglia d’origine armena con un passato da violinista solista. Le nozze di Figaro è il secondo titolo lirico che dirige, dopo Un ballo in maschera di Verdi al teatro del Maggio musicale fiorentino lo scorso maggio. Un’opera in cui appare ben più a suo agio rispetto al capolavoro del compositore di Busseto. Complice le sue radici: Tjeknavorian è nato in Austria e, come ha dichiarato lui stesso alla vigilia, «essere cresciuto a Vienna significa di certo essermi formato circondato dallo spirito di Mozart. Ciò che più mi affascina è lo straordinario equilibrio della sua musica: equilibrio fra intelletto ed emozione, fra struttura e spontaneità». Il legame con il genio di Salisburgo si percepisce tutto. E anche quell’energia che lo contraddistingue. È vitale e vivace la sua esecuzione, fin dall’ouverture. Ma al tempo stesso calibrata, mai sopra le righe, evitando che il dinamismo della partitura scivoli verso una deriva garibaldina. Valorizzate al meglio le voci degli undici protagonisti, senza cedere a concessioni individuali che soprattutto le celebri arie e cavatine (Se vuol ballare, signor Contino; Non più andrai farfallone amoroso, Voi che sapete che cosa è amor, per citarne tre) possono favorire.
È un duello al femminile quello per il miglior interprete. Fa incetta di applausi Martina Russomanno, 28 anni, una Susanna intensa, con una notevole presenza scenica e un canto luminoso, che strappa ovazioni nel quarto atto per l’aria Deh, vieni, non tardar. Altrettanto incisiva è la contessa di Almaviva di Roberta Mantegna. Timbro scuro e profondo per il Figaro di Erwin Schrott che, nonostante qualche licenza, si mostra sia in ottima forma, sia a suo agio con il ruolo. Meno convincente Germán Olvera nei panni del conte. Di spessore il mezzosoprano Elmina Hasan, un accattivante Cherubino, e da promuovere a pieni voti la Barbarina di Jessica Ricci, giovane soprano del progetto Fabbrica dell’Opera di Roma. Spiccano le presenze di lungo corso di Monica Bacelli come Marcellina e di Roberto Scandiuzzi come Bartolo. Di gran lunga apprezzabili Marcello Nardis (Don Basilio), Blagoj Nacoski (Curzio) e Alejo Alvarez Castillo (Antonio).
Lettura psicologica, con un’accentuazione della dimensione della passione, quella di Guth. Un viaggio fra i labirinti della mente, della vita, degli intrecci, dell’eros che trova la sua espressione in un androne di una dimora borghese dominato da un’imponente scalinata che compare sul palco. Impianto scenico segnato da una sostanziale staticità, dove spicca il sali-scendi dei protagonisti in abiti moderni che rimanda ai movimenti interiori di ciascuno. Con loro, sotto i riflettori, anche “Cherubim”, il doppio muto di Cherubino, l’angelo del desiderio, dell’attrazione, delle pulsioni inconsce che animano i quattro atti: una trovata di Guth che piace e non piace al tempo stesso. A interpretarlo è, fin dalla prima rappresentazione a Salisburgo, Uli Kirsch, attore, danzatore e acrobata, all’epoca ventottenne. Anche a Roma è lui impegnato davanti agli spettatori.
Avvenire


Il sovrano più ricco del mondo vive in un luogo da scoprire (e ha un patrimonio di 43 miliardi)

 

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Tra le monarchie contemporanee esistono modi molto diversi di interpretare il ruolo della famiglia reale. Se alcune case regnanti hanno cercato negli anni di costruire un’immagine più vicina alla vita quotidiana dei cittadini, Maha Vajiralongkorn, conosciuto come Rama X e attuale re della Thailandia, è associato a uno stile decisamente differente, caratterizzato da un patrimonio enorme e da una vita spesso raccontata attraverso simboli di ricchezza e lusso. Sì, è proprio lui il sovrano più ricco del mondo.

Alcune stime attribuiscono a Rama X una fortuna di circa 43 miliardi di dollari, cifra che lo collocherebbe in vetta ai più ricchi del pianeta. Il suo patrimonio comprenderebbe circa 17.000 proprietà immobiliari, 38 jet privati e 300 automobili di lusso. A questi beni si aggiungerebbero 52 chiatte decorate con foglie d’oro, utilizzate durante le tradizionali cerimonie reali che si svolgono lungo i corsi d’acqua thailandesi. La monarchia guidata da Rama X unisce quindi elementi profondamente legati alla storia del Paese con manifestazioni di ricchezza molto più contemporanee.

Da Bhumibol Adulyadej a Rama X, il sovrano più ricco del mondo
Una parte importante del patrimonio attuale affonda le proprie radici nel lungo regno del padre, Bhumibol Adulyadej, morto nel 2016 dopo circa settant’anni sul trono. Durante il suo regno Bhumibol diventò una figura centrale della Thailandia e lasciò al proprio successore non soltanto un patrimonio economico considerevole, ma anche il peso politico e simbolico costruito dalla monarchia nel corso dei decenni.

 Rama X ha però seguito una strada differente rispetto al padre nella gestione della propria immagine e delle ricchezze riconducibili alla Corona. Il patrimonio non sarebbe rimasto semplicemente fermo nel tempo: una parte significativa delle entrate deriva infatti dagli immobili e dai terreni posseduti a Bangkok, molti dei quali si trovano in zone urbane delle città dal valore particolarmente elevato.

Il Crown Property Office gestisce migliaia di proprietà nella capitale thailandese. Nel corso degli anni parte di questi asset è stata coinvolta in operazioni di sviluppo immobiliare, dalla realizzazione di strutture commerciali di fascia alta fino a nuovi progetti residenziali. Interventi che avrebbero contribuito ad aumentare ulteriormente il valore del patrimonio originario.ùUn patrimonio da 43 miliardi che va oltre le 17.000 proprietà
Gli immobili rappresentano soltanto una componente della ricchezza attribuita a Rama X. Il sovrano controlla anche partecipazioni in importanti aziende thailandesi attive in comparti fondamentali dell’economia nazionale, tra cui banche, energia e telecomunicazioni. La gestione di questi interessi economici rimane però poco esposta pubblicamente. Rama X concede raramente interviste e molti dettagli relativi ai suoi investimenti non vengono comunicati direttamente. A essere molto più raccontata, invece, è stata negli anni la sua vita privata. I diversi matrimoni del sovrano, i lunghi periodi trascorsi in Europa e soprattutto in Germania, insieme ad alcune apparizioni lontane dal tradizionale protocollo reale, hanno spesso attirato l’attenzione dei media e alimentato discussioni sia dentro sia fuori dalla Thailandia.

Il contesto thailandese presenta inoltre una caratteristica particolare. Le norme sulla lesa maestà prevedono pesanti conseguenze per chi critica pubblicamente la monarchia e possono comportare pene fino a 15 anni di carcere. La famiglia reale opera quindi all’interno di un sistema che limita fortemente la possibilità di contestarne pubblicamente l’operato.

Chi è Rama X
Rama X è nato nel 1952 ed è l’unico figlio maschio del re Bhumibol Adulyadej e della regina Sirikit. Fin dall’infanzia è stato preparato alla possibilità di succedere al padre sul trono thailandese. La sua formazione ha avuto una forte componente militare. Ha frequentato istituti e accademie in Australia e nel Regno Unito, ha conseguito la qualifica di pilota militare e ha preso parte ad attività di controinsurrezione insieme alle forze armate thailandesi. Questo legame con l’ambiente militare è rimasto visibile anche durante il suo regno, con frequenti apparizioni ufficiali accanto ai vertici dell’esercito.

Rispetto al padre, considerato per decenni una figura particolarmente vicina a una larga parte della popolazione, Rama X ha mantenuto un profilo più distante. Il suo ruolo resta comunque centrale nel sistema istituzionale thailandese, all’interno di un Paese che nel corso della propria storia recente ha conosciuto colpi di Stato, governi militari e periodi di instabilità parlamentare. Negli ultimi anni anche la monarchia è entrata maggiormente nel dibattito politico. I movimenti favorevoli a una maggiore democratizzazione del Paese hanno avanzato richieste di riforma della famiglia reale, maggiore trasparenza sul patrimonio e riduzione di alcuni privilegi. Richieste che, almeno fino a oggi, non hanno prodotto i cambiamenti auspicati dai promotori.

In Abruzzo si mangia dentro una grotta scavata nella roccia. E la cantina ha più di mille vini



Guardiagrele, borgo alle falde della Maiella, è il posto in Abruzzo dove, nell’arco di pochi chilometri, si concentrano più esperienze gastronomiche di livello. Ospita la pizzeria La Sorgente (tre spicchi della guida pizzerie d’Italia), il fine dining tre forchette Villa Maiella, la storica pasticceria Emo Lullo — nota per le sise delle monache, dolce tradizionale ripieno di crema pasticcera — e Romantino, macelleria con cucina tra le più gettonate in regione. L’indirizzo più sorprendente in termini di location, pero, si trova a contrada Comino, a qualche chilometro dal borgo e non distante da sentieri montani molto amati dagli escursionisti.

Dal 2000 Franco Spadaccini e sua moglie Anna Maria gestiscono La Grotta dei Raselli, l’unico posto in regione dove si può mangiare in una grotta scavata nella roccia pedemontana. La grotta è racchiusa all’interno della vecchia casa di famiglia: si tratta di una conformazione tipica di queste zone. Ogni abitazione storica in Contrada Comino e nelle vicinanze ha un ambiente ipogeo naturale: in passato servivano per la conservazione degli alimenti oppure come deposito di carbone. C’è chi le usa ancora per affinare spumanti e formaggi. Qui, invece, lo spazio è occupato tavoli ben distanziati e da bottiglie di vino stipate negli anfratti. E la grotta è tutt’uno con la sala principale, resa altrettanto suggestiva da pareti con la pietra della Maiella a vista.

La forza di quest’indirizzo, oltre che nella location, sta nell’essere l’anello mancante (sempre più raro) tra ristorazione di territorio e influenze fine dining, evidenti soprattutto nella presentazione dei piatti, nella mis en place e nel servizio. Quest’impostazione si è consolidata con l’ingresso in cucina di Saverio, figlio della coppia, rientrato dopo aver studiato presso l’Accademia di Niko Romito, e di Kristian Kasa, maitre e sommelier tra i più preparati in regione.

La proposta varia di stagione in stagione: in autunno e inverno funghi e tartufi – compreso il bianco, molto diffuso tra Abruzzo e Molise – fanno la parte del leone; in estate l’orto di famiglia prende parte della scena con alcuni piatti vegetariani. Quando è disponibile, vale la pena di optare per l’antipasto misto: una lunga sequenza di fingers a base di materie prime regionali come zafferano di Navelli, peperone dolce di Altino e maiale nero abruzzese, sempre accompagnate da elementi vegetali.

In carta sono sempre presenti ricette rare come le lumache di terra alla guardiese, con ripieno di cacio, uova e mentuccia selvatica; la zuppa con le cipolle di Fara Filiorum Petri presidio Slow Food; il prosciutto d’agnello cotto a bassa a temperatura con maionese di rafano dell’orto. Le lumache sostituiscono anche il guanciale in una versione molto personale del tagliolino alla carbonara con Centerbe e bottarga. Per i più classicisti, la chitarrina alle tre carni (con le pallottine in stile teramano) è magistrale; l’agnello alla griglia, da allevamenti nel parco della Maiella, è il più tenero e delicato che si possa trovare in zona.

Se si viene qui così volentieri qui, però, è anche perché la carta dei vini è quasi enciclopedica: conta oltre un migliaio di referenze, con grandi profondità di annate. E, a differenza di molte altre di simile spessore, è stata aggiornata costantemente negli anni, scongiurando il rischio di diventare obsoleta. Si possono pescare vecchi millesimi di vini classici abruzzesi e non: chi vuole, per esempio, stappare Valentini, Gaja, Soldera o un Echezeaux di Romanée Conti, può farlo pagando qualcosa in meno che in un’enoteca di città. Ma ci sono anche diverse referenze di vignaioli di nuova generazione, transalpini e spagnoli oltre che italiani, a prezzi tutto meno che speculativi. E per chi non volesse esagerare in quantità, c’è una buona selezione di vini in mescita Coravin o la possibilità di usare lo stesso sistema per bere qualche calice della bottiglia che si ordina e riportare a casa la restante parte intatta.

Valida anche la selezione di liquori, vini dolci e digestivi, da abbinare a dolci fatti in casa che mettono sempre insieme ingredienti locali con un certo estro creativo. Per un’esperienza che unisce forma e sostanza come poche altre in zona.


Gambero Rosso