Munch e Picasso, affinità e ossessioni. A Malaga il dialogo immaginario dei due grandi maestri che non si incontrarono mai

 
Ansa

Due grandi artisti, due personalità profondamente diverse e un dialogo che nella realtà non è mai avvenuto: Edvard Munch e Pablo Picasso non si incontrarono mai, eppure le loro opere dialogano attraverso il tempo, accomunate da passioni, inquietudini e da un'incessante ricerca di nuove forme espressive.

Il museo Picasso di Malaga ospita fino al 28 febbraio la mostra 'Munch-Picasso' che, per la prima volta, mette a confronto i due artisti, esplorando le sorprendenti affinità tra il pittore norvegese e quello spagnolo, protagonisti di una rivoluzione artistica che ha cambiato per sempre il modo di rappresentare la realtà e le emozioni.

Amore, morte, solitudine, angoscia, desiderio e sessualità sono alcuni dei grandi temi che attraversano il percorso espositivo, rivelando come i due artisti, appartenenti a generazioni e culture differenti, abbiano condiviso la stessa necessità di andare oltre le convenzioni. Munch affidò l'espressione delle inquietudini umane all'intensità dei colori, alla forza delle linee e al simbolismo dei paesaggi; Picasso spinse la sperimentazione verso la scomposizione delle forme e la moltiplicazione dei punti di vista, fino alla rivoluzione cubista. Curata dalla storica dell'arte Paloma Alarcó, la mostra riunisce oltre cento opere tra dipinti, disegni e incisioni, provenienti da importanti istituzioni internazionali, tra cui il MoMA di New York, la Tate, il Musée National Picasso-Paris, il Museo Reina Sofía di Madrid e il Munchmuseet di Oslo. "La mostra racconta la storia di un incontro immaginario tra i due artisti - spiega la curatrice - ed esplora dialoghi impossibili tra due figure così diverse che non si incontrarono mai, ma che condividevano un'analoga ossessione per i misteri più profondi dell'esistenza". In effetti le loro strade artistiche si incrociarono nel 1912, quando all'esposizione del Sonderbund di Colonia le opere dei due maestri furono presentate nello stesso contesto; Munch visitò la mostra ed è possibile che proprio in quell'occasione sia rimasto colpito dalle sperimentazioni cubiste del collega spagnolo, mentre Picasso aveva già avuto modo di conoscere l'opera di Munch alla fine dell'Ottocento e, successivamente, durante gli anni parigini. Distribuito su due piani del museo, il percorso espositivo si sviluppa attraverso sette sezioni tematiche: dagli autoritratti, che raccontano la costruzione dell'identità artistica, al confronto con la malattia e la perdita degli affetti, alle atmosfere notturne di caffè e cabaret, fino alle rappresentazioni della donna e alle tormentate relazioni amorose nelle sezioni Femme fragile - Femme fatale e Love-pain; quelle dedicate al nudo e alla Joie de vivre esplorano invece il corpo umano come territorio di sperimentazione e simbolo di vitalità, libertà e rapporto con la natura. 

Torna la Giornata Nazionale degli Abiti Storici, tra borghi, musei, botteghe artigiane. Dall'11 novembre all'11 dicembre eventi, sfilate, mostre, laboratori, incontri

 

Ansa

Riscoprire l'Italia attraverso ciò che ha indossato nei secoli tra abiti, tessuti e ricami tramandati di generazione in generazione, perché dietro ogni vestito si nasconde una storia e dietro ogni tradizione c'è una comunità che continua a mantenerla viva.

È il patrimonio fatto di antichi mestieri, tradizioni popolari e identità locali che torna protagonista con la seconda edizione della Giornata Nazionale degli Abiti Storici, promossa dal ministero del Turismo e che quest'anno si trasforma in una festa diffusa, capace di coinvolgere borghi, musei e botteghe artigiane.

    Il calendario unico nazionale 'L'Italia vestita di storia', pubblicato sul portale Italia.it, raccoglierà gli appuntamenti organizzati nei territori, offrendo a tutti l'opportunità di scoprire un patrimonio culturale spesso poco conosciuto. Dal costume tradizionale sardo agli abiti delle comunità arbëreshë, dalle eleganti fogge della Serenissima ai costumi siciliani, ogni territorio custodisce un modo particolare di raccontare il proprio passato. L'obiettivo è trasformare gli abiti da semplici testimonianze storiche in strumenti di valorizzazione turistica, capaci di attirare visitatori anche lontano dai circuiti più frequentati, mappare e promuovere la diversità regionale.
    Dall'11 novembre all'11 dicembre Comuni, Pro Loco, musei e associazioni culturali potranno organizzare eventi dedicati agli abiti storici locali; il programma potrà comprendere sfilate e cortei in costume, vestizioni pubbliche accompagnate dal racconto dei simboli e delle tradizioni, esposizioni nei palazzi storici, laboratori di ricamo e tessitura, incontri con maestri sarti e attività rivolte alle scuole. Particolare attenzione sarà riservata al coinvolgimento diretto dei visitatori, che potranno partecipare a esperienze come i workshop 'Cuci il tuo pezzo di storia', entrando in contatto con le tecniche artigianali e i saperi tramandati nel tempo.
    Nel fine settimana del 14 e 15 novembre i territori aderenti potranno inoltre organizzare cortei storici, trasformando piazze e centri antichi in scenari viventi della memoria locale. È un modo per sostenere il turismo culturale e lento, valorizzare i piccoli borghi e le aree interne e contribuire alla conservazione di mestieri e conoscenze che rischiano di scomparire. Le candidature al 'Calendario' sono aperte fino al 9 novembre ed entro la stessa data sarà possibile inviare al ministero fotografie e video per arricchire il catalogo online degli abiti storici. 



«Con 18mila euro abbiamo comprato casa all'asta, i lavori li ha fatti il mio compagno: ora vale dieci volte tanto»

 
Il Messaggero

Acquistare un immobile senza aver mai varcato la soglia di casa è una scommessa azzardata, soprattutto per chi si trova alla prima esperienza con i lavori di ristrutturazione. È la sfida intrapresa nell'agosto 2024 da una giovane coppia che ha deciso di cogliere un'opportunità unica: un immobile messo all'asta per le tasse non pagate a circa 18.300 euro (20.000 dollari). Con un budget ridotto, poca esperienza nel settore e un figlio in arrivo, i due - Thomas "Fletch" e Kristin Fletcher - si sono lanciati in un'impresa azzardata ma stimolante. «Siamo persone molto pratiche e ci piace l'idea di prendere qualcosa di vecchio o fatiscente per trasformarlo in qualcosa di bello», ha raccontato la donna in un'intervista esclusiva alla rivista People, che ha seguito la vicenda. «Sapevamo di correre un rischio comprando senza aver visto l'immobile, ma il prezzo era così basso che secondo noi valeva la pena tentare». 

All'inizio la coppia aveva a disposizione solo una breve descrizione e poche immagini. Sapevano soltanto che la casa era priva di rivestimento esterno, che l'ingresso principale era quasi inaccessibile e che l'interno era un mistero totale. Una volta ottenute le chiavi e varcata la soglia, si sono trovati di fronte a cumuli di spazzatura e persino a sei frigoriferi pieni di cibo lasciati senza corrente elettrica per due anni. Eppure, «ci aspettavamo che fosse molto peggio», hanno ammesso a People. «Siamo rimasti sorpresi dalle buone condizioni in cui si trovava una volta acquistata e pulita: gli impianti funzionavano, la struttura era ottima e non c'era traccia di muffa!». Non potendo permettersi di ingaggiare delle ditte specializzate, il lavoro è caduto quasi interamente sulle spalle del compagno, mentre la donna era incinta e poi occupata ad accudire il neonato. «Ha fatto tutto da solo», ha spiegato la donna in un video. «Dal tetto alle finestre, dalle pareti ai pavimenti fino alle porte, stanza dopo stanza ha trasformato questo posto tremendo in qualcosa di bellissimo».

L'intera ristrutturazione è durata circa otto mesi. Dopo quattro mesi di cantiere la famiglia si è persino trasferita all'interno della struttura per evitare continui viaggi e stare più tempo insieme. «Con il nostro budget non potevamo permetterci di assumere nessuno», hanno spiegato a People. «Non è sempre facile conciliare tutto, ma stiamo costruendo qualcosa per il nostro futuro e vogliamo dimostrare che non serve un patrimonio o chiamare professionisti per farcela». Il budget iniziale, fissato a circa 22.900 euro (25.000 dollari), si è chiuso poco sotto i 32.000 euro (35.000 dollari), per una spesa totale (acquisto compreso) inferiore ai 50.400 euro (55.000 dollari).

Battezzata "The Comeback Cabin" e immersa in un terreno di circa 8.000 metri quadrati (2 acri), la proprietà è diventata una struttura ricettiva che nell'agosto 2025 ha accolto i primi ospiti. Un successo che ha spinto la coppia ad acquistare all'asta una seconda casa da sistemare per circa 7.800 euro (8.500 dollari). «Ora l'immobile vale dieci volte quello che lo abbiamo pagato», ha concluso la coppia. «Ne è valsa la pena al 100%, ed è per questo che lo stiamo rifacendo».

Quando i morti tornano a fare festa in Sicilia: i pupi di zucchero, dolci dall'aldilà


 Balarm

Sono un patrimonio culturale che custodisce da secoli la memoria dei defunti, l’affetto familiare, la creatività degli artigiani e il legame tra le generazioni

«I pupi di zucchero che si preparano per la festa dei Morti, quelli impastati con lo zucchero di scarto e grossolano, pittati sul davanti e lisci di dietro… Ogni anno sua madre ne comprava uno solo, per tutti i picciriddi; il sapore era lo stesso, ma il pupo era diverso e oggetto di interminabili discussioni: il cavaliere, il santo, il re. Lo poggiavano su una mensola alta, lontano dalle mani golose: bastava guardarlo per sentire l’acquolina in bocca. Lecca oggi, lecca domani i colori sbiadivano e la pasta di zucchero si assottigliava. Dita e mani erano le prime a scomparire, le braccia diventavano moncherini, cappelli e piumaggio si dileguavano. Pezzo a pezzo il pupo si consumava».

L'atmosfera della tradizione siciliana

La scrittrice Simonetta Agnello Hornby, con questa descrizione restituisce perfettamente l’atmosfera di una tradizione tutta siciliana, la “festa dei morti”. La commemorazione dei defunti, celebrata in Sicilia il 2 novembre, è una ricorrenza ancora oggi molto sentita, soprattutto dai bambini, che attendono con gioia i doni dei propri cari defunti.

Ad acquistare i balocchi sono, naturalmente, nonni, zii e genitori, ma di generazione in generazione si tramanda il racconto secondo cui, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, i morti lasciano le loro paurose dimore e tornano sulla terra per portare doni ai bambini buoni. Tra i dolci più rappresentativi di questa ricorrenza troviamo proprio i pupi di zucchero, chiamati anche pupi di cena, pupaccene o, più semplicemente, cene.

Si tratta di statuette di zucchero che raffigurano cavalieri, re, santi, damine, galletti e agnellini, ma anche, in tempi più recenti, personaggi dei cartoni animati. Queste piccole sculture uniscono il valore simbolico della festa alla creatività e alla maestria dell’artigianato dolciario siciliano. Le parole della Hornby evocano una consuetudine familiare ormai lontana, ma ancora viva nella memoria di molti siciliani: il pupo, inizialmente veniva esposto come un piccolo tesoro da ammirare e veniva consumato lentamente, quasi con rispetto, attraverso assaggi quotidiani che ne cancellavano poco a poco le forme e i colori.

I pupi di zucchero nella storia

Un’antica filastrocca dei bambini recitava: «Chi ti purtaru i morti? / U pupu cu l’anchi torti» (oppure, più propriamente, «cu l’occhi torti», con un possibile riferimento al teatro dell’Opera dei Pupi, nel quale il paladino Orlando viene raffigurato con gli occhi leggermente storti). Giuseppe Pitrè, nel 1881, in Spettacoli e Feste, sottolineava la diffusione dei pupi di zucchero (relativamente economici evidentemente) tra i ceti popolari: «I dolci del basso volgo sono pei Morti i pupi di cena; guerrieri a cavallo, soldati pedoni, signore, trombe, scarpette di zucchero fuso comunemente appellato “cena”».

L’usanza di regalare dolci ai bambini in occasione della Festa dei Morti ha veramente origini molto antiche. Già nel Settecento, il cronista Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca (1720-1802), riferiva dell’abitudine di offrire ai più piccoli le strenne dei defunti. Secondo questa tradizione, nella notte tra l’1 e il 2 novembre i bambini trovavano dolci e altri doni nelle proprie scarpette, come se fossero stati lasciati dalle anime dei loro cari.

L’usanza aveva anche una funzione educativa e religiosa: le madri facevano credere ai figli che i regali provenissero dai defunti, affinché imparassero a ricordarli nelle preghiere. Il Villabianca riconduceva questa consuetudine all’«amore e spirituale devozione delle madri», desiderose di far gustare ai figli i dolci e le paste di zucchero vendute in occasione della commemorazione dei defunti, nelle piazze e nelle fiere allestite davanti alle chiese. Lo stesso Villabianca ci informa che, per la festa dei difonti (defunti), si preparavano dolci a forma «di morti, di scheletri, di ossa, di teschi», venduti abitualmente nelle fiere, lungo le strade e nelle botteghe dei confettieri, dei pasticcieri e dei fruttaioli.

Ancora oggi, del resto, accanto ai pupi di zucchero, si preparano altri dolci tipici della ricorrenza, come i moscardini, chiamati anche crozzi di morto o ossa di morto. Insieme ai tetù, ai taralli, ai pupatelli (o quaresimali) e alla frutta martorana, questi dolci compongono il cosiddetto cannistru, il tradizionale cesto di prelibatezze che, nella cultura siciliana, accompagna la commemorazione dei defunti.

Sull’origine dei pupi di zucchero circola anche una leggenda, priva di fonti storiche accertate, secondo cui questa tradizione sarebbe nata in un paese islamico. Si racconta che nell’Ottocento un nobile arabo, ormai ridotto sul lastrico, si fosse trovato a dover accogliere alcuni ospiti a cena senza avere nulla da offrire loro. Avrebbe preparato una pupa di zucchero, che sarebbe poi stata divisa tra i commensali come pasto.

Da questo episodio deriverebbe il nome pupaccena. L’origine della leggenda potrebbe forse derivare dal fatto che i pupi di zucchero sono diffusi anche in Tunisia, in particolare nella città di Nabeul, dove vengono realizzati in occasione del Capodanno islamico e dei matrimoni. La presenza di dolci antropomorfi in quest’area del Mediterraneo può essere messa in relazione con gli intensi scambi culturali tra la Sicilia e il Nord Africa. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, infatti, numerosi emigrati siciliani si stabilirono in Tunisia, portando con sé usanze e tradizioni della loro terra d’origine.

Attorno ai pupi di zucchero, dolci antropomorfi legati al culto dei defunti, si sono sviluppati nel tempo numerosi studi antropologici, volti a indagare il significato più profondo dei riti e delle tradizioni che accompagnano la commemorazione dei morti. Secondo Mircea Eliade, l’insieme dei doni commestibili che, secondo la credenza popolare, i defunti portano ai bambini nella notte tra l’1 e il 2 novembre potrebbe essere ricondotto a più antichi rituali funerari. In origine, infatti, le offerte alimentari sarebbero state destinate ai morti stessi, mentre i dolci antropomorfi avrebbero potuto rappresentare una forma sostitutiva dei sacrifici umani un tempo dedicati ai defunti. In questa prospettiva si inserisce anche l’interpretazione di Antonino Buttitta, che individua un duplice significato nella strenna del 2 novembre.

Da una parte, essa rappresenterebbe un’offerta alimentare alle anime dei defunti; dall’altra, costituirebbe un esempio di patrofagia simbolica, ossia di un consumo rituale che assume il significato di un legame tra i vivi e i morti. Le statuette di zucchero, infatti, raffigurerebbero simbolicamente gli stessi defunti e, cibandosene, i bambini parteciperebbero a un rituale di assimilazione e continuità con chi non c’è più. Come osserva Buttitta: «Destinatari ideali dei riti offertori sono i defunti, chi effettivamente ne gode sono i bambini».Il significato profondo di questo rito risiederebbe, dunque, nel superamento simbolico dell’opposizione tra vita e morte.

Come si preparano

Come si preparano i Pupi di zucchero? La preparazione di statuette e sculture di zucchero risale almeno al Rinascimento, quando sulle tavole di principi, re e papi comparivano i cosiddetti trionfi di zucchero: elaborate sculture effimere destinate a stupire gli ospiti durante banchetti e occasioni solenni. La lavorazione artigianale dei pupi di zucchero continua ancora oggi, soprattutto a Palermo, dove i maestri pasticcieri realizzano statuette ispirate al teatro dell’Opera dei Pupi, ma anche damine, animali, figure religiose e personaggi contemporanei.

Il procedimento è piuttosto complesso: lo zucchero semolato mescolato all’acqua viene portato a ebollizione in grandi pentole di rame, chiamate "puzzunieddi", fino a raggiungere la temperatura necessaria - indicativamente a 130 °C -. Viene versato rapidamente negli stampi. Una volta riempiti, gli stampi vengono svuotati dello zucchero in eccesso, in modo da lasciare all’interno della statuetta una cavità che la rende più leggera e consente di ridurre la quantità di materia prima utilizzata.

Quando lo zucchero si è raffreddato e solidificato, le figure vengono estratte dagli stampi. Si procede quindi alla rimozione delle eventuali parti superflue e alla rifinitura della base, detta pedana, che serve a garantire stabilità alla statuetta. Segue la fase della decorazione, forse la più delicata e creativa dell’intero procedimento.

Ogni pupo viene dipinto a mano con colori alimentari, prestando particolare attenzione ai dettagli e rispettando i necessari tempi di asciugatura. È proprio attraverso la decorazione che le figure acquistano personalità: i colori, i lineamenti del viso, gli abiti e gli ornamenti trasformano una semplice forma di zucchero in un piccolo personaggio. In passato, la cosiddetta impupata prevedeva anche l’aggiunta di carta colorata, stagnola, merletti e palline decorative, utilizzati per arricchire ulteriormente le statuette.

Oggi, per rispettare le normative in materia alimentare, la decorazione viene realizzata principalmente attraverso la colorazione della superficie e l'impiego di materiali idonei.

Le figure più elaborate possono richiedere settimane di lavoro e raggiungere dimensioni considerevoli, diventando vere e proprie opere di artigianato dolciario. I pupi di zucchero rappresentano, dunque, molto più di una specialità della gastronomia siciliana.

Sono un patrimonio culturale che custodisce da secoli la memoria dei defunti, l’affetto familiare, la creatività degli artigiani e il legame profondo tra le generazioni.

I Quadroni di San Carlo del Duomo di Milano in restauro: l'intervento durerà sei anni

 
Avvenire

A partire da questo inverno, per la prima volta nella storia del Duomo di Milano, i Quadroni di San Carlo non saranno visibili al pubblico. E non lo saranno per i prossimi sei anni: questa la durata del maxi restauro del ciclo dei teleri più grandi, ventisei in tutto, dipinti in un arco di tempo che va da inizio ’600 alla fine del secolo, e che da tempo necessitavano di un intervento urgente. Anche perché, in questi circa 400 anni sono sempre stati movimentati ogni anno, su e giù per le navate, per essere esposti a partire dal 4 novembre, festa di San Carlo, fino all’Epifania seguente, per essere poi ricollocati nei depositi. Spostamenti continui che hanno creato problemi a queste colossali tele con gli episodi della vita di Carlo Borromeo: larghe sei metri e altre quattro metri e 75 centimetri, furono dipinte a tempera su supporti sottilissimi di pochi millimetri, proprio per risultare leggere e facilmente innalzabili lungo le navate del Duomo. Sei i pittori che si alternarono nell'impresa: dai più famosi Giovanni Battista Crespi detto il Cerano o Giulio Cesare Procaccini, ai meno noti Paolo Camillo Landriani e Domenico Pellegrini.

Il cantiere, partito a metà luglio, è stato presentato in questi giorni, prima della festività di San Carlo: il costo complessivo è di circa tre milioni di euro, grazie anche al sostegno di Intesa Sanpaolo. Si tratta di un progetto lungo e complesso, che vede al lavoro due imprese di restauratori impegnate in contemporanea in due laboratori nel cantiere Marmisti della Veneranda Fabbrica del Duomo in zona Certosa, periferia nord della città. È qui che vengono riparate - e riprodotte - statue e guglie della cattedrale di Milano: la sede è stata scelta proprio perché i grandi capannoni consentono di ospitare le enormi tele durante le varie fasi dell’intervento, che ne vede portate qui due alla volta. Attualmente i restauratori sono al lavoro sulle prime due, messe a terra: San Carlo vende il principato d’Oria del Cerano, uno dei più antichi e importanti (dipinto nel 1602) e L’ingresso di San Carlo a Milano di Filippo Abbiati, uno degli ultimi, del 1680 (dove si vede un pezzo di facciata del Duomo). Ogni tela richiederà quattro mesi di lavoro: poi verrà montata in verticale su una nuova struttura di sostegno e, dopo un altro mese, sarà riportata in Duomo e sostituita da un’altra, in una serrata catena di montaggio che si concluderà nel 2032. Per esigenze tecniche legate all’avanzamento dei lavori, la Veneranda Fabbrica favorirà il progressivo ritorno in cattedrale delle opere restaurate, che potranno essere nuovamente esposte per periodi limitati, man mano che le diverse fasi dell’intervento verranno completate.
I lavori sono quindi solo all’inizio. Dai primi restauri sono già emerse alcune figurine minori e sono state rimosse le ridipinture dell’ultimo restauro, avvenuto nel corso degli anni ‘50 del secolo scorso. La novità di questo intervento, però, è un’altra: la realizzazione di un nuovo sistema di sostegno che include la sostituzione degli attuali telai con nuovi in alluminio a molle che consentiranno di agevolare le operazioni di movimentazione e appensione dei dipinti, migliorando così il loro stato di conservazione.
Una curiosità: c’è una seconda serie di altri 26 Quadroni più “piccoli” (si fa per dire: misurano quattro metri e mezzo per due e mezzo) dipinti sempre all'inizio del 1600 dagli stessi artisti (più alcuni nuovi) e raffiguranti I miracoli di San Carlo, che vengono da sempre esposti sotto ai più grandi. Erano già stati restaurati da Pinin Brambilla intorno al 2000 e sono ancora in buone condizioni, ma per motivi logistici si è scelto di tenerli in deposito, in attesa di riesporli insieme con gli altri.

Masi e Törggelen: l'autunno di gusto nell'Alto Adige

 
Avvenire

C’è una tradizione altoatesina chiamata Törggelen, che unisce amici e familiari davanti alla stube del maso per gustare vino novello, mangiare castagne arrostite e prodotti appena raccolti dal contadino. Questo rito conviviale nasce nelle cantine dei masi, antiche aziende agricole familiari tipiche dell’Alto Adige, e, con il tempo, all’assaggio del vino nuovo si affiancò un pasto sempre più ricco, a base di prodotti tipici. Il Törggelen è una delle proposte dei masi di Gallo Rosso, la rete di 1600 strutture che valorizza il rapporto tra ospitalità e territorio, nel pieno rispetto della cultura e dell’identità altoatesine. Le realtà che possono fregiarsi dei “fiori” del riconoscimento Gallo Rosso sono selezionate sulla base di requisiti specifici e di qualità: un massimo di otto stanze per gli ospiti, con una forte presenza di legno negli arredi, la produzione di prodotti caseari in loco e la stube, sono solo alcuni degli elementi che vengono ritenuti imprescindibili (sul portale gallorosso.it tutti gli indirizzi e le proposte).
Lo scopo principale dell’associazione è avvicinare le persone allo stile di vita degli agricoltori altoatesini, ma anche sostenere i contadini dei masi nello sviluppo di attività oltre la coltivazione dei campi e l’allevamento. Molti agriturismi nati a gestione familiare oggi sono in mano ai figli degli agricoltori che hanno deciso di proseguire quanto fatto dai genitori.
Tra i masi di nuova generazione c’è il Grieserhof di Nalles. L’anima del progetto è Judith Mathà, che guida la struttura da dieci anni ed è conosciuta come l’Ambasciatrice della mela, lavorando in prima persona ogni giorno nel meleto insieme al padre. Poco distante, si trova l’agriturismo Streidacherfof sul Renon, dove Daniel Rottensteiner rappresenta la quarta generazione nella gestione del maso aperto nel 1924. Dopo essersi dedicati all’allevamento per decenni, la famiglia ha saputo reinventarsi puntando sulla coltivazione di mele e ciliegie e su un’accoglienza adeguata ai viaggiatori di oggi. Al Grotthof di Nova Ponente convivono tre generazioni della famiglia Pichler in un maso risalente al XII secolo, sopravvissuto a incendi e ristrutturazioni. Anche qui, ogni membro della famiglia ha il suo compito. Il valore aggiunto di un’esperienza in un maso si trova proprio nel rapporto umano tra ospiti e gestori: si condividono momenti di famiglia, un falò con le caldarroste, un bicchiere di vin brulé. Momenti autentici che nessuna guida turistica sarebbe in grado di replicare.

Couture: il volto più umano dietro l’illusione della moda parigina


Nel film “Couture”, Alice Winocour svela il dietro le quinte dell’alta moda ponendo a contrasto l’illusione della perfezione estetica con la fragilità della vita reale. Attraverso il dramma di una regista interpretata da Angelina Jolie, colpita da un’improvvisa malattia alla vigilia di una sfilata, l’opera intreccia storie al femminile di rara intensità. Un viaggio profondo tra realtà finzione, che rivela il volto più umano dietro l’illusione della moda parigina

di Domenico Casoria

Nel panorama contemporaneo, la rappresentazione dell’alta moda rischia spesso di rimanere imbrigliata nell’estetica della superficie. Con “Couture”, la regista francese Alice Winocour sceglie invece di addentrarsi nel backstage parigino per scardinare l’illusione della perfezione e raccontare la vulnerabilità dei corpi.

L’illusione della moda parigina

La vicenda ruota attorno a Maxine, cineasta americana di horror indipendenti ingaggiata da una celebre maison per dirigere il cortometraggio che aprirà la sfilata. Interpretata da una rigorosa Angelina Jolie, la protagonista si muove in un ambiente regolato da simmetria, disciplina e controllo maniacale dei dettagli. Tuttavia, proprio mentre cerca di orchestrare l’immagine altrui, la sua stessa esistenza sfugge a qualsiasi regia a causa di un’improvvisa diagnosi di tumore al seno.

E la scoperta della realtà

Il film evita le trappole del melodramma incentrato sulla malattia, preferendo esplorare la perdita di controllo su un piano concettuale ed esistenziale. In una delle sequenze più intense, Maxine dialoga con Anton, il direttore della fotografia interpretato da Louis Garrel, interrogandosi sulla responsabilità di ciò che ci accade. Che diventa la chiave di lettura dell’intera opera. La regia della Winocour lavora sui non detti, sugli sguardi sospesi e sul contrasto stridente tra un corpo medico da riparare e i corpi perfetti destinati alla passerella. L’imprevisto irrompe nel copione della vita, costringendo la protagonista a misurarsi con il limite invalicabile tra la finzione del set e la realtà biologica. La struttura narrativa si sviluppa comunque in forma corale, intrecciando al percorso di Maxine le storie di altre due figure che popolano l’universo della sfilata. Da un lato c’e Ada, giovane modella sud sudanese interpretata dall’esordiente Anyier Anei, divisa tra le dinamiche spietate delle passerelle europee e i richiami della terra d’origine. Dall’altro Angèle, la truccatrice dal volto di Ella Rumpf, anima insofferente e aspirante scrittrice che osserva il circo mediatico con amara lucidità. Accanto a un cast solido che vede anche la presenza di Vincent Lindon nei panni del medico, la pellicola costruisce una rete di complicità al femminile capace di unire figure lontane attraverso un comune senso di precarietà.

Ricucire come atto

Il titolo racchiude insomma una metafora sartoriale raffinata. Couture non e soltanto l’alta moda, ma il processo più o meno lungo, sempre però doloroso, di rimarginazione delle ferite umane. La macchina da presa si sofferma anche sulle sarte, sulle maestranze e sulla fatica reale che precede l’effimero splendore dello show. Una riflessione lucida e composta sul senso dell’imprevisto. Sulla la ricerca dell’autenticità anche nel luogo in cui l’apparenza sembra dominare su tutto.