Turismo alternativo, cibo e storia locale: così i rifugi “sociali” rilanciano la montagna

 
«Questa non è la montagna di Instagram: chi viene da noi ci aiuta a smontare i luoghi comuni». Benvenuti nella Casa del Parco dell’Adamello, avamposto di socialità aggrappato ai margini del borgo bresciano di Cevo, nell’alta Val Saviore. Le mura in pietra, le imposte di legno, la vista mozzafiato sulle cime: a prima vista sembra un normale rifugio, ma chiamarlo così sarebbe riduttivo. Colonia estiva in origine, poi sede museale del Parco, oggi la Casa è soprattutto un laboratorio dove provare un nuovo approccio, anche imprenditoriale, alla vita in quota.

«Una piattaforma di sviluppo del territorio» è la definizione di Giovanni Pizzochero, responsabile del progetto avviato quattro anni fa da Avanzi, impresa benefit milanese. «La sfida che ci siamo posti è trovare una sintesi tra la valorizzazione dell’ambiente in cui ci troviamo e gli obiettivi economici: vogliamo stare in piedi senza per forza attingere ogni volta a finanziamenti. Ci stiamo riuscendo? Sì. Per la prima volta quest’anno abbiamo chiuso in pareggio».
In giardino si beve lo spritz, ma l’happy hour è solo una parentesi di relax tra dibattiti, laboratori e iniziative in serie. La movida alpina può impazzare altrove, a Cevo si sale soprattutto per riscoprire lo spirito autentico, quasi arcaico, delle terre alte. Ai primi di giugno è andato in scena il festival Corpomontagna, dedicato alle tante pratiche outdoor da sperimentare in Val Saviore. Arrampicate ed escursioni, certamente, però con lo sguardo attento di chi è pronto a cogliere i tanti “segni” sparsi nell’area della Val Camonica: le incisioni rupestri degli antichi camuni parlano ai cuori sensibili anche a millenni di distanza, restituendo un’autenticità che inevitabilmente sfugge al turismo mordi e fuggi. Quassù, a 1.200 metri, si procede lentamente, nel passo e nel pensiero. Ogni anno la Casa organizza una quarantina di eventi culturali, concepiti per rinnovare le energie della comunità e preservarne la memoria.
«Il fil rouge del 2026 ruota attorno al concetto di “fuoripista”- spiega Pizzocchero –, della capacità di resistere vivendo sul bordo. Parliamo di disabilità, impresa di montagna, modelli ricettivi slegati dall’industria della neve». Si tenta di immaginare il futuro in un luogo che sembrava non averne: la scuola del paese ha chiuso un anno fa, lo spopolamento procede inesorabile, i giovani scendono a valle. «Ma se ce l’abbiamo fatta noi possono farcela anche altri. Quest’anno abbiamo attivato 19 contratti, siamo il primo datore di lavoro della valle. Non solo, nella società di gestione sono entrati anche un paio di abitanti. La comunità inizia a crederci, stiamo innescando un nuovo modo di “stare” in montagna». La prospettiva si ribalta: vivere nelle aree interne può essere molto più stimolante che sopravvivere nella metropoli. Pizzocchero va addirittura oltre, lanciando l’idea di una contaminazione feconda tra due dimensioni in apparenza lontane, ma che nei fatti condividono una marginalità geografica e sociale: «Questo modello può funzionare anche nelle periferie urbane, perché no – garantisce Pizzochero -: non siamo qui per fare soldi, ma per provarci, per rischiare insieme. Ci siamo messi in gioco, la gente inizia a capirlo e ci segue».
Tocca mettere gli scarponi sul terreno, però. Perché come spiega Elena Donaggio, architetto che per Avanzi segue i progetti di sviluppo territoriale e rigenerazione urbana, «le strategie delle aree interne passano sempre sopra le teste di chi le abita, manca sempre l’ultimo miglio. Ecco perché occorre costruire percorsi più piccoli, che mettano le persone al centro». L’esempio pratico viene dalla guida (non) turistica assolutamente sui generis, elaborata con l’aiuto della gente del posto: hanno preso una scatola di cartone e dentro ci hanno messo storie, consigli, itinerari attraverso i luoghi del cuore. L’hanno chiamata “Carga lisera” (caricati poco), riprendendo un vecchio proverbio dei legnaioli. «In verità ci sarebbe un altro pezzo, omesso per non urtare gli ambientalisti – ridacchia Italo, valligiano ispirato che ha partecipato al progetto -. Ma la versione completa recita: caricati poco e svuoterai il bosco. Tuttavia non c’è nulla di male in questo: chi non è montanaro non sa che ogni tanto bisogna tagliare qualche albero per farne crescere altri. La biodiversità si alimenta così».
Raccontare la montagna e riscoprirla per quella che è, questa è la via per salvarla dalla desertificazione. Ci stanno provando anche nella piemontese Val d’Ossola, dove l’associazione Crava Persa (capra smarrita) ha lanciato l’idea di una “scuola errante” che porta a spasso per i sentieri escursionisti della domenica, vecchi residenti e neo abitanti, aggrappandosi però alla logica del “fare”: tra una camminata e una chiacchierata si ripristinano percorsi e segnaletica, in un’opera concreta di rammendo del territorio.
Ma resta soprattutto la Lombardia il laboratorio dove testare nuovi metodi di rilancio delle terre alte. In Val Seriana, vicino a Bergamo, è stato aperto pochi mesi fa il Rifugio del mut (monte, ndr). Ricavato in una vecchia scuola ristrutturata, si trova a Monte di Nese, frazione che si affaccia 800 metri sopra Alzano Lombardo. L’edificio è rimasto per anni un bel contenitore vuoto, finché il Comune ha deciso di riempirlo con un esperimento sociale: trasformarlo nel centro di gravità di una comunità sparpagliata sul piccolo altopiano, dove nel settembre di due anni fa ha chiuso anche l’ultimo bar rimasto. Si è iniziato con qualche evento conviviale a sfondo solidale, ma l’ambizione della cooperativa San Martino, che lo gestisce, è farne un luogo frequentato tutto l’anno, con posti letto e un servizio di ristorazione. «Il progetto non è stato calato dall’alto, ma è frutto di un periodo di ascolto dei residenti – spiega il responsabile Corrado Maffioletti – Resta molto da fare per coinvolgere tutti, ma qualcosa inizia a muoversi. Qualcuno si è fatto avanti come volontario, ad agosto faremo il Cre e a settembre la società sportiva locale, che è parte dell’iniziativa insieme alla cooperativa Ruah, tornerà a iscrivere una squadra di calcio al campionato Csi». Per Monte di Nese sarà il calcio d’inizio, anche metaforico, di una nuova stagione. «Vogliamo riconnettere pezzi di comunità – sorride Maffioletti –, con attenzione anche ai più fragili. Tra pochi giorni porteremo qui alcuni ragazzi autistici, che durante il soggiorno si impegneranno in piccoli lavori di manutenzione. Il passo successivo consisterà nell’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati del territorio. E poi proveremo a portare qualche servizio comunale nel Rifugio».
Un passo alla volta, resistendo alla fatica, si continua ad andare avanti. È la prima buona regola della montagna. 

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