Marco Di Battista – Città del Vaticano
Un fischio improvviso, l'effetto Larsen di una cassa acustica, ha minacciato ieri di incrinare la serata inaugurale della stagione sinfonica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. È bastato poco, però, perché Daniel Harding riprendesse in mano la situazione. Il Siegfried di Richard Wagner, andato in scena il 21 ottobre nella Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco della Musica, ha trovato presto la sua strada, fino a una seconda metà di rara intensità.
Seconda giornata della Tetralogia, proposta a centocinquant'anni dalla prima esecuzione di Bayreuth, il Siegfried è una partitura nata a più riprese. Wagner la sospese nel 1857, dopo il secondo atto, e la riprese solo anni dopo. Dalla vitalità dell'avvio al respiro sinfonico degli atti conclusivi, il lavoro chiede a chi dirige un controllo costante della tensione.
Harding, al suo primo confronto con il titolo, lo ha affrontato con lucidità analitica, facendo emergere con chiarezza la trama dei motivi conduttori senza irrigidirla in un esercizio di dissezione. Nel secondo e nel terzo atto quel rigore si è sciolto in veri slanci emotivi. È l'equilibrio tra intelligenza e abbandono che distingue i grandi interpreti wagneriani.
La grande prova degli interpreti
L'Orchestra dell'Accademia ha seguito il direttore britannico in modo superlativo, con una coesione e una qualità del suono che hanno fatto presto dimenticare l'inciampo iniziale.
Ottimo anche il cast, tutto perfettamente calato nella parte. Il tenore americano Clay Hilley ha dato a Siegfried la freschezza e la resistenza che un ruolo tra i più faticosi del repertorio richiede. Wolfgang Ablinger-Sperrhacke ha disegnato un Mime grottesco e insieme patetico. Michael Volle, già protagonista della Valchiria dello scorso anno, ha offerto un Viandante-Wotan di grande autorevolezza. Con loro hanno completato un quadro omogeneo Elisabet Strid (Brünnhilde), Wolfgang Koch (Alberich), Falk Struckmann (Fafner), Anna Kissjudit (Erda) e Lysa Menu (l'uccello del bosco).
Più di una perplessità suscita invece la regia di Vincent Huguet. Prosegue il percorso attraverso la storia di Roma avviato con La Valchiria, e qui sceglie la Roma del Rinascimento e le suggestioni vaticane. L'idea, sulla carta, è interessante, ma alla prova della scena appare inadeguata a restituire il cuore mitico della saga. Lo si è visto soprattutto nell'attesissima scena del drago del secondo atto. A Siegfried non si oppone la creatura mostruosa nata dalla maledizione dell'Anello, ma Fafner nelle sue sembianze umane e non la sua trasformazione. Eppure, l'episodio poggia proprio su quella metamorfosi, che mostra come la cupidigia degradi e disumanizzi. Rinunciarvi significa privare il racconto di uno dei suoi momenti simbolici più forti, e nemmeno l'evocazione di San Giorgio annunciata dal regista in sede di presentazione basta a compensarlo.
Repliche il 24 e il 27 ottobre. Il progetto sulla Tetralogia proseguirà fino al 2028.
Fonte: Vatican News

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