Cultura Sfogliando l’atlante delle emozioni

 Mostre Al Cccb di Barcellona, una grande esposizione quasi in forma di saggio curata da Georges Didi-Huberman, storico dell’arte tra i massimi esponenti dei «Visual studies»: «En el aire conmovido... Imagen, emoción, utopía»


Una mostra in forma di saggio o, meglio, un saggio in forma di mostra. Queste potrebbero essere, a scelta, le definizioni per «En el aire conmovido…» Imagen, emoción, utopía, visibile al Cccb (Centro di cultura contemporanea di Barcellona) fino al 28 settembre. Del resto, da un curatore come Georges Didi-Huberman non ci si può aspettare nulla di diverso. E non è la prima volta che lo storico dell’arte, tra i massimi esponenti dei Visual studies, ci offre percorsi critico-visivi del genere, a cominciare dalla retrospettiva L’Empreinte allestita nel ’94 al Pompidou, cui hanno fatto seguito altre esposizioni quali Atlas (Reina Sofia di Madrid, 2010) o Soulèvements (Jeu de Paume nel 2016).

Imagen, emoción, utopía è un viaggio che, a partire da un verso del Romance de la luna, luna di Garcia Lorca e dalla sua nozione di «duende» (commozione) si articola in sette parti: infanzie, pensieri, volti, gesti, luoghi, politiche e nuovamente – secondo una struttura circolare – infanzie. L’obiettivo è quello di documentare i diversi stati emozionali messi in gioco attraverso dipinti, disegni, libri, fotografie, sculture, installazioni, estratti di film e video. Etica ed estetica, spazio e tempo si coniugano con profondità e intelligenza nel percorso pensato con cura da Didi-Huberman, servendosi di 160 autori di epoche differenti, da Goethe a Pasolini, da Goya a Mirò, da Hugo a Giacometti, da Medardo Rosso a Capa, da Zürn a Penone. Le suddivisioni tematiche non sono rigide e creano sovrapposizioni, rimandi, libere associazioni che, di fatto, producono spunti degni di approfondimento. Il catalogo che accompagna la mostra è un libro vero e proprio, che sistematizza dal punto di vista saggistico, ciò che lo spettatore ha potuto cogliere in modo sintetico e sotto forma di suggestioni durante la visita.

Un viaggio circolare: infanzie, pensieri, volti, gesti, luoghi, politiche per poi ritornare all’inizio (infanzie)

LA PRIMA SEZIONE, quella dedicata alle infanzie, è una sorta di cominciamento, di educazione allo sguardo e, di conseguenza, all’emozionarsi tipico dello stupore infantile. Chiara è dunque la scelta di mostrare bambini incantanti davanti allo schermo cinematografico, da Lo spirito dell’alveare (1973) di Victor Erice al bellissimo Par desmit minuten vekacs (1978) di Herz Frank. Non manca la sequenza del suicidio del rosselliniano Germania anno zero, mentre su una parete la riproduzione di alcuni pannelli dell’Atlante Mnemosyne di Warburg (al quale Didi-Huberman ha dedicato uno studio significativo, L’immagine insepolta) rimandano a una prospettiva iconografica e iconologica primigenia, una sorta di infanzia delle immagini e delle loro trasmigrazioni culturali da cui poter leggere il mondo.

QUESTA CLASSIFICAZIONE del reale che mette in luce il versante emozionale della rappresentazione, prosegue poi nel percorso della mostra con la sezione Pensamientos, laddove l’espressività di certe forme viene codificata in una grammatica, in un dizionario verbo-visivo, fatto di libri (Descartes, Bataille, Bruno) o partiture musicali (Beethoven), ma anche in disegni quali allegorie di concetti, come quelli di Goya. Si prosegue poi con altre due sezioni, quella dedicata ai volti e ai gesti, tipologie da cui emergono tracce comportamentali e antropologiche. E, in questo senso, nella parte intitolata Caras, se da un lato la scelta del curatore si attesta su fotografie come quelle di Franco Pinna (uno dei sette artisti italiani presenti in mostra) sul pianto rituale in Lucania, dall’altro predilige alcune installazioni video da cui emerge il primo piano del dolore: dai testimoni muti di Auschwitz, filmati da Esther Shalev-Gerz a quelli di Isaki Lacuesta, passando per il calco mortuario di Nietzsche.

IN QUESTO CASO, come recita uno dei testi esplicativi, la forza di una faccia non è solo quella di esprimere migliaia di sfumature espressive, ma anche di esplorare i «molteplici modi di comprendere il volto umano come luogo privilegiato di contatto tra i nostri movimenti psichici e l’aria mossa», ovvero l’aire conmovido (riferimento al verso di Garcia Lorca). I gesti stessi costituiscono un ricco catalogo di possibilità espressive e tracce, a cominciare dalle antropometrie di Klein e dalle microfigurazioni di Michaux, il quale come sappiamo ha creato sotto l’effetto della mescalina agglomerati di segni e parole, e viene qui accostato ad Artaud, Dalì e Unica Zurn proprio per il tipo di «gestualità automatica» prodotta dall’uso di droghe.

Tutti i turbamenti da Goethe a Pasolini, da Goya a Mirò, da Hugo a Giacometti

La quinta sezione, dal titolo Sitios, prende in considerazione la nozione di luogo esplicitandosi non solo attraverso il genere del paesaggio, bensì presentando una serie di opere sul concetto più allargato di spazio. Una delle opere più belle è Soffi (1975) di Penone, sequenza di immagini fotografiche dove una piccola nuvola di fumo aleggia in mezzo al bosco come una presenza fantasmatica. Per il curatore lo spazio da kantiano-cartesiano, diventa contenitore di ossessioni e desideri. E, per illustrare questa idea, si passa dai paesaggi materici di Tàpies, oltre al modellino in fil di ferro per la sua scultura Nuvol i Cadira dove emerge dal caos una sedia ma solo se vista da una certa posizione, a estratti di film come The Wind (1928) di Sjöström o A torinói ló (2011) di Béla Tarr e Ágnes Hranitzky.

L’emozione assume connotazioni politiche in diverse occasioni; un frammento da La rabbia di Pasolini, accompagnato anche dalle fotografie che documentano l’installazione Intellettuale (1975) – durante la quale Fabio Mauri proiettò sul corpo dello scrittore-cineasta Il Vangelo secondo Matteo – è una delle opere che campeggia in questa sesta sezione, divisa in due parti: il lutto e la lotta. E, del resto, questa duplice linea era già stata affrontata da Didi nel saggio Popoli in lacrime, popoli in armi, uno dei cinque densi volumi (in parte tradotti anche in Italia da Mimesis) della serie L’occhio della storia. La mappatura della militanza politica che, inevitabilmente, rimanda alle rivolte degli anni ’60, si estende e si collega verso ai potenti disegni di Kathe Kollowitz dedicati alle lotte contadine nella Germania del XVI secolo. E in questo contesto viene riproposto il pianto reale o simulato negli scatti di Pinna e di altri fotografi come il basco Julio Ubiña.

L’UTOPIA POLITICA nell’ultima sezione ritorna sotto forma di utopia infantile: solo i bambini salveranno il mondo con il loro sguardo sospeso tra il reale e l’immaginario, afferma lo studioso. Nonostante questo cauto ottimismo e l’idea che i bambini davanti alla morte oppongono l’arma del gioco, Didi-Huberman ci mostra immagini di una crudezza quasi insostenibile: e i volti dei piccoli cadaveri uccisi durante la guerra civile spagnola (accostati ai disegni di bambini siriani vittime di una guerra più recente) non possono non rimandare al genocidio di Gaza e a tutti gli altri massacri in atto.

Indubbiamente da visitare, «En el aire conmovido…», a parte alcuni guizzi espositivi, resta una mostra «di ricerca», senza nulla togliere a questa nobile definizione. Se si dovesse muovere un appunto a Didi-Huberman, è quello di approcciare fin troppo concettualmente il tema dell’emozione, con il pericolo di cadere, a volte, nella fredda classificazione. Ciò di cui si avverte, a tratti, la mancanza sono proprio quelle opere che – per usare una tautologia – suscitano emozioni nel vero senso della parola

Il Manifesto

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